{"id":19287,"date":"2011-07-15T03:08:57","date_gmt":"2011-07-15T01:08:57","guid":{"rendered":"http:\/\/www.gbopera.it\/?p=19287"},"modified":"2016-12-18T04:56:58","modified_gmt":"2016-12-18T03:56:58","slug":"palermo-teatro-di-verduraturandot","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/palermo-teatro-di-verduraturandot\/","title":{"rendered":"Palermo, Teatro di Verdura:&#8221;Turandot&#8221;"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><em>Palermo, Teatro di Verdura, Stagione Lirica 2011<\/em><br \/>\n<strong>\u201cTURANDOT\u201d<\/strong><br \/>\nDramma lirico in tre atti e cinque quadri su libretto<br \/>\ndi Giuseppe Adami e Renato Simoni<br \/>\ndalla fiaba teatrale omonima di Carlo Gozzi<br \/>\nMusica di <strong>Giacomo Puccini<\/strong><br \/>\n<em>Turandot <\/em>GIOVANNA CASOLLA<br \/>\n<em>Timur <\/em>RAMAZ CHIKVILADZE<br \/>\n<em>Calaf <\/em>WALTER FRACCARO<br \/>\n<em>Altoum <\/em>NICOLA PAMIO<br \/>\n<em>Li\u00f9 <\/em>RACHELE STANISCI<br \/>\n<em>Ping <\/em>FABIO PREVIATI<br \/>\n<em>Pang <\/em>IORIO ZENNARO<br \/>\n<em>Pong <\/em>MASSIMILIANO CHIAROLLA<br \/>\n<em>Mandarino <\/em>ALESSANDRO CALAMAI<br \/>\n<em>Il principe di Persia<\/em> PIETRO LUPPINA<br \/>\nOrchestra, Coro, Corpo di ballo e Coro di voci bianche del Teatro Massimo<br \/>\nDirettore <strong>Marcello Mottadelli<\/strong><br \/>\nMaestro del Coro <strong>Andrea Faidutti<\/strong><br \/>\nMaestro del Coro di voci bianche <strong>Salvatore Punturo<\/strong><br \/>\nRegia <strong>Willy Landin<\/strong><br \/>\nScene <strong>Angelo Canu<\/strong><br \/>\nCostumi <strong>Elena Cicorella<\/strong><br \/>\nCoreografia <strong>Luciano Cannito<\/strong><br \/>\nLuci <strong>Claudio Schmid<\/strong><br \/>\n<em>Palermo, 12 luglio 2011<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Dedicata alla memoria di Roland Petit, la prima recita di <em>Turandot<\/em><\/strong> ha rinnovato il consueto appuntamento del pubblico palermitano con la sede estiva del Teatro di Verdura. Una nuova produzione del Teatro Massimo, dove l\u2019ultima edizione dell\u2019opera pucciniana risale a tempi abbastanza recenti, precisamente al febbraio del 2006, quando fu proposta nello storico allestimento del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, con la meravigliosa regia di Zhang Yimou. Allora <em>Turandot<\/em> mancava a Palermo da alcuni anni, e altrettanti temevamo che potessero passare prima di rivederla. Invece, complice l\u2019adattabilit\u00e0 di quest\u2019opera agli spazi all\u2019aperto, la Fondazione ha consolidato un legame che ormai speriamo pi\u00f9 all\u2019insegna della fedelt\u00e0 (come per altri rapporti pucciniani) che del volubile tradimento. L\u2019allestimento all\u2019aperto comporta per\u00f2 alcune difficolt\u00e0, come nel caso dell\u2019amplificazione, che in questo caso ha lasciato molto a desiderare; persino l\u2019orchestra, notoriamente tornita e rutilante, in taluni passaggi sembrava dimessa e inevitabilmente disturbata dagli effetti di intermittenza. Alcune sfumature, determinati dettagli che sembrano trasfigurarsi gi\u00e0 visivamente nella raffinata partitura, sono quindi andati perduti, nonostante lo sforzo del direttore d\u2019orchestra, <strong>Marcello Mottadelli<\/strong>, che ha conferito all\u2019esecuzione slancio vitale e piglio giovanile, ammorbiditi da un tocco estremamente attento alle mutazioni di intensit\u00e0 e atmosfera.<br \/>\nDal canto loro sia il regista <strong>Willy Landin<\/strong> che lo scenografo e la costumista \u2013 rispettivamente <strong>Angelo Canu<\/strong> ed <strong>Elena Cicorella<\/strong> \u2013 hanno fronteggiato con eccessiva disinvoltura le non poche complessit\u00e0 di un lavoro il cui universo ci appare autenticamente fiabesco, proprio in virt\u00f9 di quegli aspetti macabri e crudeli che normalmente consideriamo incompatibili con il mondo delle favole (basterebbe invece rileggere le versioni originali dei Grimm o di Andersen per renderci conto di quanto ci\u00f2 sia errato).<br \/>\n<strong>La compresenza di elementi eterogenei e spesso opposti<\/strong> costituisce l\u2019essenza di un\u2019opera che proprio a questo deve il suo fascino, alla capacit\u00e0 di appartenere sia alla tradizione che alla modernit\u00e0, di riprendere da entrambe gli aspetti pi\u00f9 rischiosi, tralasciandone per\u00f2 le barriere protettive, gli elementi consolatori. A nessuno di quei due mondi <em>Turandot<\/em> pu\u00f2 rinunciare, poich\u00e9 ne andrebbe della sua ragion d\u2019essere. Qui invece la regia ha puntato tutto sulla tradizione, inibendo il moderno e confezionando uno spettacolo nel complesso fedele al Puccini consuetudinario, ma estraneo al perverso gioco di disponibilit\u00e0\/inaccessibilit\u00e0 che quest\u2019opera dovrebbe attuare, venendo incontro alla pulsione scopica dello spettatore e al contempo frustrandola con ritrosa volutt\u00e0.<br \/>\n<strong>Almeno per\u00f2 le principali caratteristiche della \u201ctradizione\u201d sono state rispettate in modo corretto<\/strong>, in un allestimento elegante ma mai eccessivo, a tratti severo e minimalista, come alla fine del primo Atto, dove il vuoto del palcoscenico sembra essere la personificazione del \u201cNiente\u201d nel quale Calaf vorrebbe annullarsi. La Pechino che ci viene presentata rimane comunque una citt\u00e0 di intarsi, evocata simbolicamente dagli ideogrammi di cui \u00e8 intagliato il fondale in lontananza. Al centro della scena, nel solco della consuetudine, \u00e8 il gong a costituire il polo di attrazione, sia per il pubblico che per i protagonisti; non a caso nel resto dell\u2019opera l\u2019oggetto permane nella percezione oculare, metaforicamente ampliato dalla struttura ovale di colore rosso in cui si collocano sia Turandot che l\u2019imperatore Altoum. Cromaticamente \u00e8 proprio il rosso a dominare, accanto al bianco e all\u2019oro, sfumature amalgamate e bene enfatizzate dalle sapienti luci di <strong>Claudio Schmid<\/strong>. Numerosi gli apporti danzati, ideati dal coreografo <strong>Luciano Cannito<\/strong> e affidati ai ballerini del Teatro Massimo; quest\u2019ultimi per\u00f2 in non poche occasioni ci sono sembrati un po\u2019 impacciati e non coordinati nelle movenze, a causa forse degli spazi ristretti e poco agevoli per la presenza della scalinata. Efficace invece la sfilata incrociata dei fanciulli con le lanterne, in corrispondenza del loro primo intervento (\u201cL\u00e0 sui monti dell\u2019est\u201d) preceduto dalla danza delle ancelle, avvolte come nuvole in vaporose organze, nel corso della teofania lunare (\u201cPerch\u00e9 tarda la luna\u201d).<br \/>\nIl fascino di <em>Turandot<\/em> risiede anche in questa contrapposizione fra passaggi di delicata dolcezza e momenti di estrema crudelt\u00e0, che talvolta feriscono come lame. Stridente \u00e8 innanzitutto la vocalit\u00e0 della protagonista, in questo caso il soprano <strong>Giovanna Casolla<\/strong>, che dalla sua ha l\u2019esperienza del ruolo (interpretato in moltissime occasioni, anche nella famosa edizione proposta nella Citt\u00e0 Proibita nel 1998), ma che di Turandot finisce per esaltare l\u2019aspetto isterico e schizofrenico, senza dare adeguato spazio alla componente passionale e di fragilit\u00e0 femminile. Sempre sicura anche negli acuti pi\u00f9 impervi, nel fraseggio la Casolla \u00e8 talvolta oscillante e in alcuni punti produce inflessioni che le fanno perdere autorit\u00e0, con effetti leggermente sgradevoli (come accade durante la scena degli enigmi). Nel complesso l\u2019interpretazione \u00e8 comunque adeguata e ci offre una principessa gelida e distante, angosciosamente bloccata nelle sue ossessioni. Brilla ben poco, al contrario, il Calaf di <strong>Walter Fraccaro<\/strong>: il timbro del tenore \u00e8 opaco, poco squillante, quasi sempre impreciso nei legati. Pure gli acuti sono fastidiosi, tanto da essere facilmente superato dal Principe di Persia (<strong>Pietro Luppina<\/strong>) di cui udiamo la voce da dietro le quinte. In \u201cNessun dorma\u201d il tenore veneto riesce a strappare gli applausi pi\u00f9 per abitudine che per reale convinzione; peccato per\u00f2, visto che il temperamento ci \u00e8 sembrato tutto sommato convincente e la presenza scenica sostenuta da un controllo corporeo insieme austero ed impetuoso, conforme quindi al profilo del personaggio.<br \/>\nAlla luce del polistilismo dell\u2019opera, essenziale e assolutamente non secondaria la costruzione delle tre maschere, qui interpretate da <strong>Fabio Previati<\/strong> (baritono) e dai tenori <strong>Iorio Zennaro<\/strong> e <strong>Massimiliano Chiarolla<\/strong>. Nonostante le difficolt\u00e0 degli incastri ritmici, i tre cantanti ne escono fuori con grande maestria, offrendo momenti di efficace drammaturgia che tengono ben desta l\u2019attenzione dello spettatore. In questo caso \u00e8 anche la concezione del regista che viene in aiuto, nell\u2019enfatizzare le movenze ridicole e marionettistiche dei tre personaggi, che rispecchiano cos\u00ec la concezione bergsoniana del comico come \u201cmeccanico applicato sul vivente\u201d. Sullo stesso piano di bravura il basso <strong>Ramaz Chikviladze<\/strong>, un Timur dagli accenti commoventi e insieme profondi, evidenti soprattutto nell\u2019intervento accorato subito dopo la morte di Li\u00f9 (\u201cLi\u00f9! Li\u00f9! Sorgi!\u201d). Buono <strong>Alessandro Calamai<\/strong> nel ruolo del Mandarino (una figura solitamente trascurata, ma che comunque serve come tutti al giusto equilibrio dell\u2019azione drammaturgica) mentre abbastanza distaccato <strong>Nicola Pamio<\/strong> (Altoum), la cui staticit\u00e0 risulta appropriata sul piano fisico, ma fuori luogo su quello vocale.<br \/>\nInfine la Li\u00f9 di <strong>Rachele Stanisci<\/strong>, gi\u00e0 apprezzata in altre produzioni del teatro palermitano (<em>La Boh\u00e8me<\/em> di Puccini e <em>Don Quichotte<\/em> di Massenet). Il soprano ha voce nitida e morbida, piuttosto esile ma assai accorta nelle sfumature e nell\u2019esecuzione dei <em>pianissimo<\/em>. Teatralmente per\u00f2 non riesce a suscitare quella partecipazione emotiva che normalmente ci aspetteremmo. Questo dettaglio va a toccare il nucleo dell\u2019opera: Li\u00f9 infatti da molti \u2013 e probabilmente non a torto \u2013 viene considerata la vera protagonista di <em>Turandot<\/em>. Non sappiamo se ci\u00f2 sia vero, ma indubbiamente \u00e8 il suo sacrificio a determinare il cambiamento degli altri personaggi, la liberazione dal meccanismo ossessivo che li imprigiona: Turandot si apre all\u2019amore e si affranca dal pensiero dell\u2019ava violentata; Calaf dona il segreto del proprio nome (e quindi se stesso) alla principessa di gelo; persino i tre dignitari, per la prima volta, di fronte alla morte non sogghignano. <strong>Nell\u2019efficace immagine che il Teatro Massimo<\/strong> ha scelto come locandina compare una fanciulla che terrorizzata si tura le orecchie, mentre dietro incombe l\u2019ombra di un drago. I suoni, le voci che la giovane non vuole sentire sono suoni di morte, urla di terrore, richiami di spettri. La piccola Li\u00f9 non regge pi\u00f9, ed \u00e8 per questo che decide di morire. \u00c8 a lei che dobbiamo la maggior parte dei momenti elegiaci e di <em>pathos<\/em> musicale. Questi momenti ella li offre a Calaf in modo incondizionato, ma al momento decisivo \u2013 la dichiarazione di \u201cTanto amore segreto, inconfessato&#8230;\u201d che la Stanisci porta avanti con perfetto dominio delle qualit\u00e0 vocali \u2013 il principe ignoto non reagisce con altrettanto ardore. Si spezza cos\u00ec l\u2019ultimo baluardo della convenzione operistica: non \u00e8 colei che veramente ama ad essere riamata, bens\u00ec colei che incrudelisce, che tutto vuole e nulla dona. Non pi\u00f9 teatro, n\u00e9 melodramma, ma una fiaba che attraverso la propria trasfigurazione diventa vita.<strong><br \/>\n<\/strong><em>Foto Franco Lannino &#8211; Teatro Massimo di Palermo<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em><br \/>\n<\/em><\/p>\n<p><strong><br \/>\n<\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Palermo, Teatro di Verdura, Stagione Lirica 2011 \u201cTURANDOT\u201d Dramma lirico in tre atti e cinque quadri su libretto [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":54,"featured_media":19298,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[4],"tags":[2613,2614,584,1235,2611,145,2610,2609,2615,144,1266,2612],"class_list":["post-19287","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-recensioni","tag-angelo-canu","tag-elena-cicorella","tag-puccini","tag-giovanna-casolla","tag-marcello-mottadelli","tag-opera-lirica","tag-rachele-stanisci","tag-ramaz-chicvildaze","tag-teatro-di-verdura-palermo","tag-turandot","tag-walter-fraccaro","tag-willy-landin"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/19287","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/wp-json\/wp\/v2\/users\/54"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=19287"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/19287\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":87942,"href":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/19287\/revisions\/87942"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/wp-json\/wp\/v2\/media\/19298"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=19287"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=19287"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=19287"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}