{"id":57076,"date":"2013-08-12T21:06:52","date_gmt":"2013-08-12T19:06:52","guid":{"rendered":"http:\/\/www.gbopera.it\/?p=57076"},"modified":"2019-04-05T09:03:50","modified_gmt":"2019-04-05T07:03:50","slug":"la-grandezza-di-verdi-secondo-pizzetti-perche-verdi-e-grande-prima-parte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/la-grandezza-di-verdi-secondo-pizzetti-perche-verdi-e-grande-prima-parte\/","title":{"rendered":"La grandezza di Verdi secondo Pizzetti. Perch\u00e9 Verdi \u00e8 grande? (prima parte)"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><strong><em>\u201cNon sono pi\u00f9 molti, che possano dire d\u2019aver visto Verdi. Per averlo veduto, e ricordarsene, bisogna avere oggi almeno cinquant\u2019anni. Ogni et\u00e0 ha suoi propri privilegi e qualche sua propria ricchezza.<\/em><\/strong><em> Io l\u2019ho visto: una volta sola, s\u00ec, ma lo vidi, tre mesi prima che morisse. Fu il 20 ottobre del 1900. Per festeggiare l\u2019ottantasettesimo compleanno di lui, caduto il 10 ottobre di quello stesso mese, il Direttore del Conservatorio di Musica di Parma, che era il Tebaldini, volle condurre l\u2019orchestra degli alunni a dare un concerto di musiche verdiane nel Teatro di Busseto. Altrove ho raccontato di quella giornata: e della sosta che facemmo alle Roncole, per visitare la casa natale del Maestro e poi la chiesa dove egli, da ragazzo, sonava l\u2019organo; e della visita che il Direttore del Conservatorio e il Sindaco di Parma andarono a fare a Verdi a Sant\u2019Agata, e di come alcuni miei compagni ed io li seguimmo ed entrammo nel giardino della villa con la speranza di vederlo, il Maestro; e di quando, al sommo di una breve scalinata nel vano di una porta a vetri, egli apparve: alto, diritto, bianco e nero (candidi i capelli e la barba, nero il vestito), maestoso come un Re, aureolato d\u2019oro come un Santo. <strong>Dovrei ricordare anche la sua voce, poich\u00e9 so che alcune parole egli disse a certi miei compagni che non erano distanti da me pi\u00f9 di pochi passi, e udirla dunque potevo, e forse l\u2019udii<\/strong> [\u2026]. Lui rivedo dinanzi ai miei occhi, nella luce dorata di quel tepido tramonto d\u2019autunno, come se intorno non ci fosse nessun altro: e intorno silenzio. Se mai, come riflesso in un magico specchio, posso rivedere dinanzi a lui me stesso, me quasi senza respiro, immobile, col cappello in mano, gli occhi attoniti incantati. Non altro. Ma tanto basta, ancora oggi, per commuovermi; e mi pare, quello, uno dei momenti belli e alti che la sorte mi ha donato, e ricordarlo mi \u00e8 sempre come sentire il pregio e la soavit\u00e0 di una di quelle grazie che ci aiutano a voler essere migliori\u201d<\/em> (I. Pizzetti, <em>La grandezza di<\/em> <em>Verdi<\/em>, in <em>La musica italiana dell\u2019Ottocento<\/em>, Edizioni Palatine, Torino 1946, pp. 243-244.)<br \/>\n<strong>Con queste parole il compositore Ildebrando Pizzetti ricord\u00f2, in un suo saggio intitolato <em>La grandezza di Verdi<\/em>, pubblicato sulla rivista \u00abLa lettura\u00bb nel numero del mese di gennaio del 1941<\/strong> e ripreso nel volume miscellaneo del 1946 <em>La musica italiana dell\u2019Ottocento<\/em>, <strong>il suo unico incontro con Giuseppe Verdi avvenuto il 20 ottobre del 1900, 10 giorni dopo l\u2019ottantasettesimo e ultimo compleanno del maestro di Busseto<\/strong> e pochi mesi prima della morte che lo avrebbe colto il 27 gennaio 1901 a Milano. In questo suo saggio Pizzetti, oltre a mostrare, a distanza di quarant\u2019anni, la sua ammirazione nei confronti di un compositore la cui vasta produzione operistica in quel lungo lasso di tempo non solo non \u00e8 stata avvolta dall\u2019oblio come accaduto per altri compositori, ma resta <em>viva, potente, grande, oggi come ieri, anzi pi\u00f9 che mai<\/em> (<em>Ivi<\/em>, p. 245), si interroga su una questione di capitale importanza: quali siano le ragioni della grandezza del genio di Busseto: <em>Ma quale \u00e8 dunque la grandezza di Verdi, in che cosa consiste e come pu\u00f2 essere dimostrata? <\/em>(<em>ivi<\/em>, p. 246).<br \/>\n<strong>A distanza di 200 anni dalla nascita del grande compositore di Busseto e ad oltre settanta da quando furono pronunciate queste parole, la domanda posta da Pizzetti<\/strong> appare di un\u2019attualit\u00e0 sconvolgente, soprattutto se si considerano non solo le imponenti celebrazioni verdiane in occasione di questa importante ricorrenza anche in nazioni, come quelle asiatiche, non di grande tradizione operistica, ma anche la popolarit\u00e0 del genio di Busseto dimostrata dal fatto che non esiste un teatro al mondo nel quale non si rappresenti ogni anno almeno una sua opera. Oggi, come allora, rispondere a questa domanda non \u00e8 per nulla semplice, in quanto essa riguarda l\u2019essenza dell\u2019opera verdiana e, quindi, la motivazione ad essa intrinseca che rende la sua musica cos\u00ec popolare e amata, anche se la risposta di Pizzetti, nonostante alcune incrostazioni dell\u2019estetica crociana imperante nel periodo in cui il compositore di Parma scrisse, appare certamente valida. Con il suo solito metodo, nel quale a una <em>pars destruens<\/em> Pizzetti fa seguire una <em>pars costruens<\/em>, in un primo tempo il compositore, qui nelle vesti di musicologo, elenca le possibili risposte che possono essere date a questa sua domanda. Sembra, infatti, che per Pizzetti non si possa dare ad essa una risposta univoca sia da parte dei semplici melomani sia da parte di giornalisti esperti:\u00a0<em> \u201c<strong>Ma se noi domandassimo a dieci persone prese a caso fra il popolo, contadini e operai, uomini o donne, perch\u00e9 esse amano la musica di Verdi, ci sentiremmo da ognuna di esse rispondere: perch\u00e9 mi commuove.<\/strong> La quale risposta \u00e8 certo quella che pu\u00f2 essere dall\u2019artista pi\u00f9 ambita e pu\u00f2 essergli la pi\u00f9 cara; ma essa \u00e8, appunto, una testimonianza di gratitudine e di amore, non \u00e8 un giudizio\u201d<\/em> (<em>Ivi<\/em>, p. 247).<br \/>\n<strong>Per Pizzetti, quindi, anche il pubblico meno colto, a prescindere dal ceto sociale di appartenenza, intuisce la grandezza della musica verdiana, ma se gli si chiedesse perch\u00e9 ammira e ama le opere di Verdi, ci si sentirebbe \u00a0rispondere che la musica del grande compositore \u00e8 l\u2019unica a suscitare forti emozioni.<\/strong> Ci\u00f2 spiega perch\u00e9 vi siano persone che, nostalgici del Romanticismo, esaltano le opere pi\u00f9 melodrammatiche, come <em>Nabucco<\/em>, <em>Ernani<\/em>, <em>Trovatore<\/em>, altri che, spinti da esigenze estetiche, esaltano il <em>Falstaff<\/em> ed altri ancora, soprattutto i musicologi, che considerano grandi capolavori le opere meno popolari come il <em>Macbeth<\/em>, la <em>Luisa Miller<\/em>, i <em>Vespri siciliani<\/em>, aggiungendo alla fine. Pizzetti non ritiene questi giudizi sufficienti a giustificare la grandezza di Verdi\u00a0e non concorda nemmeno con le affermazioni di coloro che considerano grande il musicista di Busseto perch\u00e9 ha creato melodie <em>di stupenda incisivit\u00e0 e di maschia rudezza <\/em>o \u00a0con quelle di coloro che lo definiscono un <em>costruttore<\/em>. Ai primi ribatte che le melodie delle opere verdiane sono molto belle ma non possono essere considerate <em>rudi e maschie<\/em>, come \u00e8 dimostrato da quelle di Violetta, di Gilda, di Aida, di Leonora che, sebbene appassionate, sono intrise di soavit\u00e0 e tenerezza. Inoltre la grandezza di Verdi\u00a0non pu\u00f2 farsi consistere nelle melodie perch\u00e9 esistono melodie ancora pi\u00f9 belle e compiute tanto da poter essere cantate in concerto. Basti pensare a <em>Ah non credea mirarti<\/em> della <em>Sonnambula<\/em>, a <em>Casta diva <\/em>della <em>Norma<\/em> o a <em>Selva opaca<\/em> del <em>Guglielmo Tell<\/em>. Per quanto riguarda la definizione di <em>costruttore<\/em>, Pizzetti riconosce che Verdi\u00a0ebbe una straordinaria capacit\u00e0 nel <em>taglio scenico delle sue opere<\/em>, ma non fu l\u2019unico <em>grande architetto della musica<\/em> perch\u00e9 i suoi brani contrappuntistici, come la grande <em>fuga<\/em> finale della <em>Messa<\/em> e quella del <em>Falstaff<\/em>, pur essendo pregevoli, possono essere uguagliati o addirittura superati da pezzi contrappuntistici e fugati di compositori considerati meno famosi. Ancora Pizzetti non accetta l\u2019ipotesi di coloro che attribuiscono alla grandezza di Verdi\u00a0un significato nazionale pur riconoscendo il forte carattere italiano della sua musica accusata ingiustamente, nell\u2019ultimo periodo, di wagnerismo per <em>la modernit\u00e0 e stupenda ricchezza e raffinatezza di linguaggio<\/em> che caratterizzano le sue ultime due opere <em>Otello<\/em> e <em>Falstaff<\/em>; non accetta nemmeno il giudizio su Verdi\u00a0di <em>Cantore del Risorgimento Italiano \u2013 il Maestro della rivoluzione<\/em> perch\u00e9, se Verdi\u00a0nelle sue prime opere e soprattutto nei cori del <em>Nabucco<\/em>, dell\u2019<em>Ernani<\/em>, dei <em>Lombardi alla prima crociata <\/em>e della <em>Battaglia di Legnano<\/em> manifest\u00f2 il suo amor di patria che and\u00f2 sempre pi\u00f9 maturando e che consistette in:<strong>\u00a0 un amore spirituale e carnale insieme<\/strong>: amore della terra che ha dato a un uomo la sua materia e d\u00e0 a lui e al popolo del quale egli \u00e8 parte un proprio modo di sentire e di pensare; amore della nazione e della famiglia; amore della propria civilt\u00e0 e delle glorie di essa \u2013 da porlo al sommo dei suoi affetti pi\u00f9 puri (<em>Ivi<\/em>, p. 253),\u00a0 non ebbe, tuttavia\u00a0 \u201cla <em>intenzione<\/em> e la <em>volont\u00e0<\/em> di dare al popolo italiano col <em>Nabucco <\/em>e coi <em>Lombardi<\/em>, con l\u2019<em>Ernani <\/em>o con l\u2019<em>Attila<\/em>, la musica della sua rivoluzione, la musica della sua santa guerra (<em>Ibid.<\/em>)\u201d,\u00a0 ma diede molto di pi\u00f9. Egli fu, infatti, l\u2019unico che diede agli uomini la coscienza di se stessi rivelandone la propria anima e diede anche il senso della Speranza, dell\u2019Amore, del Dolore e la consapevolezza delle capacit\u00e0 insite nella natura umana. Per Pizzetti aveva colto nel segno D\u2019Annunzio\u00a0quando, scrivendo che Verdi:\u00a0 \u201ccongiunto \u2013 in terra avea con la virt\u00f9 dei suoni \u2013 tutti gli spirti per la santa guerra. Egli trasse i suoi cori dall\u2019imo gorgo dell\u2019ansante folla. \u2013 diede una voce alle speranze e ai lutti. \u2013 pianse e preg\u00f2 per tutti\u201d (<em>ivi<\/em>, p. 254),\u00a0 mise in evidenza come il compositore di Busseto sia stato l\u2019unico musicista a rivelare agli uomini la coscienza della loro forza e l\u2019unico a dare una voce alle speranze e ai dolori.\u00a0 <em>\u201c<strong>Ora: se creatore di melodie potenti e bellissime e immortali Verdi\u00a0fu ma<\/strong> <strong>non cos\u00ec da superare il merito di altri musicisti del suo tempo, i quali anzi, in quanto creatori di melodie, talvolta lo superano;<\/strong> se in quanto costruttore, contrappuntista, creatore di complessi organismi musicali, fu grande, si, ma non pi\u00f9 di altri maestri che pur non ci verrebbe neppure in mente di metterli al fianco; se la schietta purissima italianit\u00e0 di spiriti e di forme di tutta la sua opera e il suo ardentissimo sentimento patrio son qualit\u00e0 e meriti che non a lui solo, fra gli artisti dell\u2019Ottocento italiano, possono essere attribuiti e che, in ogni modo, non bastano ancora a dar ragione del senso che noi abbiamo della sua grandezza e del grande amore che portiamo alla sua opera; donde viene dunque che noi sentiamo essere Verdi\u00a0uno dei pi\u00f9 grandi geni che l\u2019Italia abbia mai espresso, e il massimo genio del nostro grande Ottocento musicale?\u201d<\/em> (<em>Ivi<\/em>, p. 255)<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201cNon sono pi\u00f9 molti, che possano dire d\u2019aver visto Verdi. 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