{"id":69565,"date":"2014-02-28T00:04:01","date_gmt":"2014-02-27T23:04:01","guid":{"rendered":"http:\/\/www.gbopera.it\/?p=69565"},"modified":"2016-12-05T15:10:38","modified_gmt":"2016-12-05T14:10:38","slug":"di-qual-tetra-luce-il-trovator-risplende","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/di-qual-tetra-luce-il-trovator-risplende\/","title":{"rendered":"\u00abDi qual tetra luce\u00bb il Trovator risplende"},"content":{"rendered":"<p><i>Milano, Teatro alla Scala &#8211; Stagione d\u2019opera e balletto 2013-2014<\/i><br \/>\n<b>\u00a0\u201cIL TROVATORE\u201d<\/b><br \/>\nDramma in quattro atti. Libretto di Salvatore Cammarano<br \/>\nMusica di <b>Giuseppe Verdi<\/b><br \/>\n<i>Il Conte di Luna<\/i> SIMONE PIAZZOLA<br \/>\n<i>Leonora<\/i> MARIA AGRESTA<br \/>\n<i>Azucena<\/i> EKATERINA SEMENCHUK<br \/>\n<i>Manrico<\/i> CARLO VENTRE<br \/>\n<i>Ferrando<\/i> ROBERTO TAGLIAVINI<br \/>\n<i>Ines<\/i> MARZIA CASTELLINI<br \/>\n<i>Ruiz<\/i> MASSIMILIANO CHIAROLLA<br \/>\n<i>Un vecchio zingaro<\/i> ERNESTO PANARIELLO<br \/>\n<i>Un messo<\/i> GIUSEPPE BELLANCA<br \/>\nOrchestra e Coro del Teatro alla Scala<br \/>\nDirettore<b> Daniele Rustioni<\/b><br \/>\nMaestro del coro <b>Bruno Casoni<\/b><br \/>\nRegia, scene e costumi <b>Hugo De Ana<\/b><br \/>\nLuci <b>Marco Filibeck<\/b><br \/>\nMovimenti coreografici <b>Leda Lojodice<\/b><br \/>\nProduzione Teatro alla Scala<br \/>\n<i>Milano, 20 febbraio 2014\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 <\/i><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quali dovrebbero essere gli elementi indispensabili oggi per un buon <i>Trovatore<\/i>? Supponiamo per un momento di dover dare ragione ai fautori della regia aggiornata, dello spettacolo che prima di tutto comunichi affetti e sensualit\u00e0, conflitti (anzich\u00e9 eroismo), provocazioni (anzich\u00e9 valori), dramma (anzich\u00e9 melodramma). Neppure cos\u00ec verrebbe meno l\u2019idea &#8211; meno ovvia di quanto potrebbe sembrare &#8211; che per un buon <i>Trovatore<\/i> sono indispensabili voci qualificate, e possibilmente voci verdiane, oltre a un direttore d\u2019orchestra che abbia studiato a fondo la partitura. Modernit\u00e0 e vocalit\u00e0, dunque, alla base di una buona riuscita. La ripresa dell\u2019allestimento che inaugur\u00f2 la stagione scaligera 2000-2001 non ha nulla di completamente moderno: n\u00e9 nella parte scenica, n\u00e9 nella compagine vocale n\u00e9 nella direzione orchestrale. Anni fa si diceva che <i>Il trovatore<\/i> dovesse essere musicalmente \u201cruspante\u201d, effettistico, aggressivo, perch\u00e9 tra tanti melodrammi popolari sarebbe quello verdiano che pi\u00f9 parla alla pancia del pubblico, prima ancora che al cuore o al cervello; si diceva che fossero necessari un direttore <i>trascinante<\/i> e un tenore <i>espada<\/i>, in grado di appagare il pubblico con squillanti do acuti. Nulla di pi\u00f9 penosamente superficiale; Riccardo Muti dimostr\u00f2, quattordici anni fa, come quella del <i>Trovatore<\/i> fosse una partitura straordinaria, finissima ma irta di difficolt\u00e0. Il colore orchestrale dell\u2019opera \u00e8 sfuggente ed enigmatico; Muti lo scelse di tinta vivace e fredda, e fu definito \u201cneoclassico\u201d o addirittura \u201calgido\u201d. Ora <strong>Daniele Rustioni<\/strong> sceglie una via di mezzo tra gli empiti della tradizione direttoriale e la lezione dello stesso Muti (propendendo pi\u00f9 per quest\u2019ultima che per i primi). La ricerca pi\u00f9 interessante del giovane direttore riguarda i colori: nella brevissima introduzione, per esempio, ne individua uno opaco, come di un suono lontano e ovattato, molto suggestivo. In molti passaggi Rustioni si rivela poi ottimo accompagnatore dei cantanti, perch\u00e9 valorizza la scansione ritmica interna a varie scene (recitativo &#8211; romanza &#8211; cabaletta), e dunque esalta le differenze nello stile vocale; rende percepibile la trama degli archi in ogni singola fibra; \u00e8 anche molto abile a suscitare il senso di dramma incalzante grazie ad accorte scelte agogiche (bellissimo, a tale proposito, il terzetto del finale I). In altri momenti, invece, la concertazione \u00e8 difettosa, non c\u2019\u00e8 accordo tra orchestra e voci, il direttore anticipa, poi \u00e8 costretto a rilassare il tempo per \u201crecuperare\u201d il cantante, con effetti che guastano il ritmo dell\u2019insieme. Il che avviene soprattutto con la parte del tenore: clamorose le accelerazioni in \u00abMal reggendo all\u2019aspro assalto\u00bb del II atto e in \u00abAh s\u00ec, ben mio, coll\u2019essere\u00bb del III. Non \u00e8 che Rustioni proceda a grande velocit\u00e0; il problema \u00e8 che \u201ccorre\u201d pi\u00f9 dei cantanti, e si condanna a continui correttivi e aggiustamenti in corso di esecuzione. La quadratura \u00e8 a volte difettosa anche nei confronti del coro: ed \u00e8 un vero peccato. Quel colore strumentale cos\u00ec intrigante, ottenuto soprattutto dall\u2019amalgama di violoncelli e fiati, avvertito all\u2019inizio e poi gradatamente dissolto, ritorna ancora nel duetto del IV atto tra Leonora e il Conte.<br \/>\nLa compagnia vocale esordisce con atteggiamento un po\u2019 incerto, forse a causa di due sostituzioni dell\u2019ultimo momento; ma va detto che nella seconda met\u00e0 dell\u2019opera (felicemente presentata con un unico intervallo tra II e III atto) tutti migliorano sensibilmente, e conducono a termine lo spettacolo con buona e unanime soddisfazione di tutto il pubblico. Sul fronte femminile erano in locandina Lucrecia Garcia (Leonora) e Luciana D\u2019Intino (Azucena); ma, entrambe influenzate, sono sostituite dalle interpreti della prima rappresentazione, <strong>Maria Agresta<\/strong> ed <strong>Ekaterina Semenchuk<\/strong>. Debuttano invece i protagonisti maschili della seconda compagnia. Ascoltare Maria Agresta \u00e8 sempre motivo di soddisfazione: prima di tutto \u00e8 un\u2019autentica voce verdiana (unica del <i>cast<\/i>), a partire da una linea di canto che permette di comprendere perfettamente tutte le parole (e anche in questo si distingue dagli altri); poi si apprezzano il legato, l\u2019arte della sfumatura, il buon gusto nella scelta di corone e sopracuti. C\u2019\u00e8 appena un velo di opacit\u00e0 nella cadenza finale di \u00abTacea la notte placida\u00bb, prima della cabaletta (che \u00e8 ripetuta, senza variazioni, con qualche piccolo problema di appoggio delle note basse). Ma la prestazione della Agresta va crescendo nel corso della serata, e culmina con \u00abD\u2019amor sull\u2019ali rosee\u00bb: l\u2019attacco non \u00e8 dolcissimo, perch\u00e9 la cantante sceglie un\u2019espressivit\u00e0 molto dolorosa, che giustifica anche il velo sugli acuti in pianissimo; ma ancor pi\u00f9 della filatura conclusiva spiccano i trilli, un virtuosismo tecnico in cui il soprano \u00e8 davvero magistrale. Ottima anche la cabaletta conclusiva \u00abTu vedrai che amore in terra\u00bb, opportunamente iterata secondo la consuetudine originale.<br \/>\n<strong>Ekaterina Semenchuk<\/strong> (Azucena) gioca tutto sull\u2019attacco di \u00abStride la vampa! La folla indomita\u00bb, che infatti \u00e8 molto convincente; nonostante il volume vocale ragguardevole e l\u2019abilit\u00e0 tecnica (per esempio nei tremuli e nei trilli) la voce risuona per\u00f2 intubata, e soprattutto spezzata nelle varie zone del registro: le note basse emesse di petto e con voce schiacciata sono di gusto discutibile (quando non di effetto \u201cveristico\u201d e senza armonici; insomma, per nulla verdiane); quelle alte sono rese meglio in \u00abCondotta ell\u2019era in ceppi al suo destin tremendo\u00bb, ma sembrano provenire da un\u2019altra voce. La Semenchuk \u00e8 comunque ottima attrice, e supplisce bene con il gesto e con l\u2019espressivit\u00e0 alle mancanze vocali. Convince del tutto nel duetto e nel finale dell\u2019opera (\u00abAi nostri monti\u2026 ritorneremo!\u00bb).<br \/>\nSin dal preludio accompagnato dall\u2019arpa, quando canta fuori scena, <strong>Carlo Ventre<\/strong> (Manrico) denuncia tutti i difetti che si ripresenteranno in seguito: la fretta, un nervosismo che tutto compromette, il vibrato troppo largo, un timbro non felicissimo, che va impoverendosi nel registro acuto. Sia chiaro, la tecnica di Ventre \u00e8 pi\u00f9 che rispettabile, ma la linea vocale \u00e8 viziata da un errore fondamentale, oltre alle tendenze gi\u00e0 ricordate: voler continuamente \u201cgonfiare i muscoli\u201d, volere a tutti i costi cantare con fiati potenti; questo sottopone il cantante a uno sforzo che non ripaga quasi mai. Nel momento pi\u00f9 atteso da tutti, il III atto, Ventre offre comunque il meglio di s\u00e9: la voce \u00e8 pi\u00f9 calda e omogenea rispetto ai primi due atti, e risuonano decorosi i due do acuti nella cabaletta \u00abDi quella pira l\u2019orrendo foco\u00bb. Piuttosto, lascia molto perplessi la scelta di non iterare tale cabaletta (a differenza di quanto accaduto per tutte le altre), pur di conservare il famigerato do<sup>4<\/sup> su \u00abAll\u2019armi\u00bb: \u00abnon \u00e8 obbligatorio pagare il dazio a nessun acuto aggiunto da qualsivoglia tradizione\u00bb (per riprendere le parole di Marco Beghelli a conclusione del contributo al programma di sala, <i>Ma il do della \u201cPira\u201d bisogna farlo?<\/i>).<br \/>\n<strong>Simone Piazzola<\/strong> (e non Piazzolla, come stampato in locandina) \u00e8 un giovane baritono, impegnato nel difficile ruolo del Conte di Luna; forse per l\u2019emozione e per il timore, canta in modo un po\u2019 dimesso, come se non fosse del tutto partecipe del personaggio. Il suo timbro \u00e8 buono, si guadagna certamente il consenso del pubblico (in particolare dopo l\u2019aria pi\u00f9 celebre dell\u2019opera, \u00abIl balen del suo sorriso\u00bb), ed \u00e8 auspicabile per lui un\u2019ottima carriera; ma almeno di un suggerimento dovrebbe tener conto, ossia limitare il ricorso al portamento di voce, che invecchia molto la linea di canto e penalizza qualunque intento espressivo. <strong>Roberto Tagliavini<\/strong> (Ferrando) \u00e8 un cantante dalla voce chiara e dall\u2019emissione elegante; cerca anche di fraseggiare bene e di riuscire persuasivo, ma la cavata non sembra quella di un basso, perch\u00e9 troppo leggera; e poi annaspa negli acuti come nelle note basse (sin dalla sortita \u00abDi due figli vivea padre beato [\u2026] Abbietta zingara, fosca, vegliarda!\u00bb, anche a causa del tempo rapido, efficacissimo ma arduo da sostenere, di Rustioni). Voce chiara ma corretta quella del vecchio zingaro di <strong>Ernesto Panariello<\/strong>, una colonna solidissima dei comprimari scaligeri; buoni gli altri interpreti delle parti secondarie. Molto buono il coro istruito da Bruno Casoni, in gran spolvero all\u2019inizio del III atto per \u00abSquilli, echeggi la tromba guerriera\u00bb (come sempre, il gruppo maschile \u00e8 impeccabile). Spade sguainate, brandite, alzate, cupe emergenze architettoniche, macchine da guerra, costumi dai colori pastello e di taglio oleografico, ambientazione sempre tetra e notturna. <strong>Il <i>Trovatore<\/i> di Hugo De Ana, responsabile di regia, scene e costumi,<\/strong> mostra anche pi\u00f9 dei suoi quattordici anni, soprattutto quando i singoli quadri diventano una riproposizione delle antiche figurine Liebig. Lo stile \u00e8 questo: su tutto domina il riflesso metallico del ferro, delle armi e delle costruzioni militari; in particolare accusa gli anni trascorsi l\u2019enorme struttura argentea in polistirolo (o simili) che funge da muraglia, bastione, e che non smette di aprirsi e chiudersi (come andava di moda negli allestimenti tra fine anni Novanta e inizi Duemila). In tutti i costumi rifulgono l\u2019azzurro, il blu di lapislazzulo, il viola pallido, nelle tuniche, nelle fusciacche, nel risvolto dei mantelli; e con tali colori l\u2019ambientazione notturna \u00e8 certamente rilevata, anche se a volte finisce in secondo piano per colpa di elementi aggiuntivi, come il sepolcro-tabernacolo che avanza nel finale II (un tocco di Spagna barocca quale cedimento alla tentazione spettacolare: ma nel <i>Trovatore<\/i> non ci sono scene come quella dell\u2019<i>auto da f\u00e8<\/i> del <i>Don Carlo<\/i>). La conclusione del II atto dovrebbe essere il quadro pi\u00f9 coralmente enfatico dell\u2019opera, ma risolverlo con il combattimento \u201cal rallentatore\u201d in corrispondenza del concertato sembra effetto un po\u2019 ingenuo. Al contrario, l\u2019agnizione di Azucena quale rapitrice del bambino \u00e8 la scena registicamente pi\u00f9 curata: anche da solo, il gioco di sguardi e di movimenti tra Ferrando, i soldati, il Conte, la zingara, basterebbe a salvare la drammaturgia dell\u2019intero spettacolo. Per il resto, fortunatamente, \u00e8 sempre pi\u00f9 che sufficiente la musica di Verdi. <em>Foto Brescia\/Amisano \u00a9 Teatro alla Scala<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Milano, Teatro alla Scala &#8211; Stagione d\u2019opera e balletto 2013-2014 \u00a0\u201cIL TROVATORE\u201d Dramma in quattro atti. 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