{"id":78216,"date":"2014-11-27T00:09:24","date_gmt":"2014-11-26T23:09:24","guid":{"rendered":"http:\/\/www.gbopera.it\/?p=78216"},"modified":"2016-12-06T03:18:19","modified_gmt":"2016-12-06T02:18:19","slug":"giulio-cesare-di-handel-per-la-prima-volta-a-torino","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/giulio-cesare-di-handel-per-la-prima-volta-a-torino\/","title":{"rendered":"\u201cGiulio Cesare\u201d di H\u00e4ndel per la prima volta a Torino"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><em>Torino, Teatro Regio, Stagione d\u2019opera e di balletto 2014-2015<\/em><br \/>\n<strong>\u201cGIULIO CESARE\u201d<\/strong><br \/>\nDramma per musica in tre atti<br \/>\nLibretto di Nicola Francesco Haym (da Giacomo Francesco Bussani)<br \/>\nMusica di<strong> Georg Friedrich\u00a0H\u00e4ndel<\/strong><br \/>\n<em>Giulio Cesare, primo imperatore dei Romani<\/em> SONIA PRINA<br \/>\n<em>Cleopatra, regina d\u2019Egitto<\/em> JESSICA PRATT<br \/>\n<em>Cornelia, moglie di Pompeo<\/em> SARA MINGARDO<br \/>\n<em>Sesto, figlio di Pompeo e Cornelia<\/em> MAITE BEAUMONT<br \/>\n<em>Tolomeo, re d\u2019Egitto,\u00a0fratello di Cleopatra<\/em> JUD PERRY<br \/>\n<em>Achilla, duce generale dell\u2019armi e consigliere di Tolomeo<\/em> GUIDO LOCONSOLO<br \/>\n<em>Nireno, confidente di Cleopatra e Tolomeo<\/em> RICCARDO ANGELO STRANO<br \/>\n<em>Curio, tribuno di Roma<\/em> ANTONIO ABETE<br \/>\n<strong>Orchestra e Coro del Teatro Regio<\/strong><br \/>\nDirettore<strong> Alessandro De Marchi<\/strong><br \/>\nRegia e costumi<strong> Laurent Pelly<\/strong><br \/>\nRegia ripresa da<strong> Laurie Feldman<\/strong><br \/>\nScene<strong> Chantal Thomas<\/strong><br \/>\nLuci<strong> Jo\u00ebl Adam<\/strong><br \/>\nAssistente alla regia<strong> Anna Maria Bruzzese<\/strong><br \/>\nAssistente ai costumi<strong> Victoria James<\/strong><br \/>\nMaestro del coro<strong> Claudio Fenoglio<\/strong><br \/>\n<em>Allestimento Op\u00e9ra national de Paris<\/em><em>\u00a0<\/em><br \/>\n<em>Torino, 25 novembre 2014<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quando, nel settembre 1997, fu rappresentato per la prima volta a Torino il <em>Tamerlano<\/em> di H\u00e4ndel, nelle recensioni dello spettacolo si rilevava come il Teatro Regio non fosse per nulla adatto a ospitare l\u2019opera barocca: immenso il boccascena, sconfinata la fossa orchestrale, sproporzionata la volumetria della sala rispetto al suono dell\u2019orchestra e alle voci dei cantanti. Considerazioni che appaiono oggi davvero remote, specie dopo avere assistito a un\u2019altra <em>premi\u00e8re<\/em> h\u00e4ndeliana a Torino, con il <em>Giulio Cesare<\/em> diretto da <strong>Alessandro De Marchi<\/strong>, nell\u2019allestimento parigino (ma ideato a suo tempo proprio in Torino, come ormai si favoleggia) di <strong>Laurent Pelly<\/strong>. Il Teatro Regio, come qualunque spazio pensato e collaudato per il melodramma, non solo si rivela funzionale a una concessione d\u2019opera barocca all\u2019interno delle sue stagioni, ma pu\u00f2 addirittura realizzare una vocazione specifica, in esame da parte dell\u2019attuale direzione artistica dell\u2019ente lirico piemontese. Perch\u00e9 il <em>Tamerlano<\/em> del 1997 aveva negato al Regio la legittimit\u00e0 di rappresentare il Settecento, mentre il <em>Giulio Cesare<\/em> di oggi gliela restituisce? La ragione \u00e8, evidentemente, nella differenza d\u2019impostazione con cui resa sonora e allestimento sono concepiti. A proposito delle opere di H\u00e4ndel e della generale difficolt\u00e0 di metterle in scena, ha sintetizzato con invidiabile lucidit\u00e0 Philip Gossett: \u00abI registi hanno inventato nuovi modi di riportarle in vita, non decostruendole al modo dei tedeschi, ma trattando il loro intreccio narrativo con ironica distanza &#8211; collocando le vicende in ambientazioni sceniche fantasiose o adottando un delicato umorismo nei confronti dei loro intrecci complicati -, pur continuando a prendere sul serio le emozioni dei personaggi\u00bb (<em>Dive e maestri<\/em>, Milano 2009 [2006]). \u00c8 precisamente l\u2019atteggiamento interpretativo scelto e perseguito sia da De Marchi sia da Pelly.<br \/>\nL\u2019autore del libretto (meglio sarebbe dire: colui che ha revisionato il testo di Giacomo Francesco Bussani, risalente al 1677 e scritto per la musica di Antonio Sartorio) ostenta sin dalle prime righe dell\u2019<em>Argomento<\/em> la sua propensione filo-repubblicana: \u00abGiulio\u00a0Cesare\u00a0dittatore,\u00a0[\u2026] si port\u00f2 con tant\u2019impeto all\u2019eccidio della libert\u00e0 latina che si dimostr\u00f2 pi\u00f9 nemico di Roma che cittadino romano. Il senato intimorito, per opprimer\u00a0la\u00a0sua\u00a0potenza,\u00a0opposegli\u00a0il\u00a0gran\u00a0Pompeo\u00bb. A un\u2019attenta lettura del testo, dunque, il protagonista positivo non \u00e8 tanto Cesare (anche a dispetto del titolo), quanto colei che riesce a sedurlo e a farlo innamorare di s\u00e9, Cleopatra. Cesare rappresenta l\u2019ambizione sfrenata di potere (<em>dittatore<\/em>), Cleopatra la <em>femme fatale<\/em> in grado di modificare i progetti personalistici del dittatore a suo vantaggio (sulle sue <em>bellezze<\/em> molto insiste il librettista); questo il nocciolo dell\u2019azione teatrale, questo il difficile rapporto da rendere al di l\u00e0 dell\u2019inesausto splendore della musica. Il resto, ossia le disquisizioni su come impostare la regia dell\u2019opera barocca, se in termini pi\u00f9 tradizionali o innovativi, se con pi\u00f9 o meno <em>grandeur<\/em> scenica, e cos\u00ec via, sono soltanto chiacchiere generiche. Riesce l\u2019allestimento parigino a differenziare i personaggi e a farli interagire sulla base degli affetti contrapposti che testo e musica suggeriscono? Certamente s\u00ec, grazie alla regia studiatissima e all\u2019accurata lettura delle indicazioni testuali.<br \/>\nDopo il coro di apertura, due soli ottonari costituiscono la prima aria del protagonista (\u00abPresti omai l\u2019egizia terra \/ le sue palme al vincitor!\u00bb). Il primo verso recitativo, che subito segue, \u00e8 un bell\u2019endecasillabo dall\u2019inevitabile sapore citazionistico: \u00abCurio, Cesare venne, e vide e vinse\u00bb; esso si deve a Bussani, e non rimanda soltanto alle fonti canoniche (Plut. <em>Caes<\/em>. 50, 6; Suet. I 37), ma anche al pi\u00f9 recente e celebre (nonch\u00e9 manzoniano) sonetto di Claudio Achillini, <em>Sudate, o fochi, a preparar metalli<\/em>, scritto a elogio di Luigi XIII in occasione dell\u2019assedio di Casale Monferrato del 1629. La terzina finale del sonetto \u00e8 impagabile: \u00abCeda le palme pur Roma a Parigi: \/ ch\u00e9 se Cesare venne e vide e vinse, \/ venne, vinse e non vide il gran Luigi\u00bb. Le <em>palme<\/em> della vittoria e la brachilogia gi\u00e0 esaltata da Plutarco (<em>Veni, vidi, vici<\/em>) rendono dunque ragione di un libretto molto raffinato, tutto letterario e allusivo (a dispetto di quel che si scrive superficialmente sui testi del teatro musicale di tutti i tempi).<br \/>\n<strong>Ottimo e convincente il lavoro svolto da uno specialista come De Marchi con un\u2019Orchestra, quella del Regio, che invece non \u00e8 abituata al repertorio del Settecento: la concertazione \u00e8 molto accurata, dall\u2019inizio alla fine delle quasi quattro ore di musica, anche grazie a un gesto direttoriale misurato e preciso.<\/strong> Equilibrio dei volumi sonori, ricerca dei colori strumentali, studio del ritmo sono i valori pi\u00f9 perseguiti; il direttore non \u00e8 freddamente metronomico, anche se concede poche variazioni interne ai singoli tempi. Certo, a volte si pretenderebbe pi\u00f9 polpa orchestrale (specie da una compagine come quella del Regio), mentre De Marchi resta fedele a un impianto complessivamente sobrio. Si mentirebbe, per esempio, a definire il suono terso o scintillante; esso \u00e8 per\u00f2 bello perch\u00e9 schietto, appassionato, sempre coerente; e l\u2019Orchestra del Regio fornisce una prova di straordinaria duttilit\u00e0 ed espressivit\u00e0.<br \/>\nCon le trenta arie distribuite ai sette personaggi, il <em>Giulio Cesare<\/em> \u00e8 ovviamente un\u2019opera affidata in primo luogo alle voci del belcanto. <strong>Sonia Prina<\/strong> \u00e8 il contralto che interpreta l\u2019impervio ruolo protagonistico (scritto nel 1724 per il castrato Francesco Bernardi, il celebre Senesino): grande professionista, si accosta nel modo pi\u00f9 corretto possibile alla parte, e bisogna dire che fa anche troppo per sostenerne il peso. All\u2019inizio la voce \u00e8 fredda, priva di armonici, leggera e corta nei fiati; ed \u00e8 un peccato, perch\u00e9 note basse e registro centrale sono solidi. Pi\u00f9 acuto \u00e8 il virtuosismo delle arie del I atto, pi\u00f9 evidenti si fanno i difetti vocali (anche di intonazione), mentre riescono meglio le arie riflessive ed elegiache (come \u00abAlma del gran Pompeo\u00bb, la famosa \u00abVa tacito e nascosto\u00bb, pure nel I atto, o meglio ancora \u00abAure, deh, per piet\u00e0\u00bb, nel III). \u00c8 un Cesare in sedicesimo, quello della Prina, ma indubbiamente simpatetico; buon commilitone, stordito dalle generose curve di Cleopatra, pi\u00f9 che marziale dittatore come suggerito dal libretto.<br \/>\n<strong>Jessica Pratt<\/strong> \u00e8 la vera protagonista vocale dell\u2019opera, molto convincente sia sotto il profilo attoriale sia sotto quello belcantistico: prima di tutto si differenzia molto bene nell\u2019<em>appeal<\/em> e nella recitazione dal debosciato fratello Tolomeo. Ma da quando compare sulla scena, il personaggio di Cleopatra \u00e8 sottoposto a un crescente sovraccarico di arie di ogni tipologia (di furore, di tempesta, di seduzione, di ribellione, di disperazione), cui non sempre l\u2019arte della Pratt corrisponde appieno: nel I atto sembra avere una voce piccola rispetto alla parte (forse risparmia energia per II e III atto), e stancarsi nel corso delle agilit\u00e0 (non prive di qualche difetto di intonazione); nei momenti pi\u00f9 lirici e musicalmente suadenti la voce del soprano \u00e8 invece pi\u00f9 a suo agio, si dispiega meglio, come in \u00abVenere bella, \/ per un istante\u00bb del II atto (in cui si produce in un pregevole trillo), o in \u00abSe piet\u00e0 di me non senti\u00bb (brano privo di gorgheggi, che per\u00f2 la Pratt vuole concludere con puntatura sovracuta, al solito un poco stridula). Il numero pi\u00f9 applaudito della serata \u00e8 l\u2019aria forse pi\u00f9 bella dell\u2019intera partitura, \u00abDa tempeste il legno infranto\u00bb, che \u00e8 anche l\u2019ultima di Cleopatra: \u00e8, in effetti, il fastigio della coloratura, che la Pratt riesce a porgere nel migliore dei modi.<br \/>\nLa parte di Cornelia, come quella di Cesare, \u00e8 affidata a un contralto, <strong>Sara Mingardo<\/strong>, le cui caratteristiche sono opposte a quelle della Prina: voce calda, anche se piccola, con buoni armonici, soprattutto espressiva nei momenti dolenti (che costituiscono la quasi totalit\u00e0 del ruolo): \u00abNel tuo seno, amico sasso\u00bb, allorch\u00e9 Cornelia compiange l\u2019urna funebre dell\u2019assassinato sposo Pompeo, \u00e8 uno dei momenti pi\u00f9 belli di tutta l\u2019opera, grazie all\u2019intensit\u00e0 della Mingardo e dell\u2019orchestra, entrambe tese al massimo.<br \/>\nSesto \u00e8 invece un mezzosoprano, <strong>Maite Beaumont<\/strong>, spagnola ma di formazione anche tedesca, che sintetizza bene la tipica voce dedita al repertorio barocco e neoclassico: agile, spigliata, molto corretta, piuttosto povera di colori, non certo prodiga di variazioni e di abbellimenti; il suo momento migliore \u00e8 nel finale I, in duetto con la Mingardo.<br \/>\nDue sono i controtenori della compagnia: <strong>Jud Perry<\/strong> nel ruolo di Tolomeo e <strong>Riccardo Angelo Strano<\/strong> in quello di Nireno. Il primo realizza bene la parte dell\u2019antagonista dal punto di vista attoriale, mentre vocalmente risulta debole (e anche un po\u2019 stucchevole). Il secondo \u00e8 ancora pi\u00f9 convincente, nel corso dell\u2019intreccio, quale attore \u201caiutante\u201d positivo, e di Cleopatra e di Cornelia, ma i portamenti e i continui difetti d\u2019intonazione inficiano quasi tutta la sua prestazione vocale. Ancora pi\u00f9 deludente, perch\u00e9 peggiora via via, il baritono <strong>Guido Loconsolo<\/strong> nella parte di Achilla. Corretto nella sua austerit\u00e0 l\u2019altro basso, <strong>Antonio Abete<\/strong>, nel ruolo di Curio (peccato che non sia prevista neppure un\u2019aria per lui, ma solo interventi recitativi).<br \/>\nIl <strong>coro del Teatro Regio<\/strong>, istruito da <strong>Claudio Fenoglio<\/strong>, compare praticamente soltanto all\u2019inizio dell\u2019opera, e fa risuonare le acclamazioni a Cesare dal fondo della buca orchestrale.<br \/>\nVa registrato, prima ancora della disamina registica, il grande successo per tutti gli interpreti musicali: trionfo per il direttore De Marchi sin da quando ritorna sul podio, prima dell\u2019inizio del III atto; e alla fine per tutti (e quasi unanime, se si eccettuano sparute voci discordi al termine dell\u2019uscita dei protagonisti). Ma certamente il <em>Giulio Cesare<\/em> di H\u00e4ndel, per la prima volta eseguito a Torino (pare incredibile!) ha riscosso grande successo anche grazie all\u2019intelligente spettacolo ideato dal regista. <strong>L\u2019idea di fondo di Pelly riguarda l\u2019ambientazione dell\u2019opera: i magazzini di un museo egizio, probabilmente quello del Cairo, con i personaggi antichi che riemergono da teche e scaffalature, tra reperti e vestigia, e cantano in mezzo a custodi, inservienti, maestranze di conservatori. Niente polvere e nessuna mummia: per l\u2019Egitto oleografico, di sfingi e fregi di geroglifici, non \u00e8 spazio alcuno. Lo spettacolo di Pelly funziona perfettamente perch\u00e9, comunque, non tradisce un\u2019esigenza di base del <em>Giulio Cesare<\/em> (non del melodramma barocco in generale, ma di quest\u2019opera in particolare): la monumentalit\u00e0.<\/strong> Il libretto di Haym, come si \u00e8 gi\u00e0 osservato, non intende affatto esaltare Cesare, ma le capacit\u00e0 seduttive di Cleopatra, e la grandiosit\u00e0 della regina d\u2019Egitto. Anche nei suoi sotterranei, anche nel buio degli anditi pi\u00f9 riposti, lo spazio del museo resta pur sempre imponente, perch\u00e9 destinato ad accogliere i monumenti. Che poi si risponda alle accuse di polverosit\u00e0 dell\u2019opera e ad altri pregiudizi del genere ambientando il melodramma proprio nei magazzini di un museo, \u00e8 autentica e finissima provocazione, sobria, arguta, e soprattutto bene realizzata da Pelly (e da <strong>Chantal Thomas<\/strong>, cui si devono le scene). La presenza pi\u00f9 significativa \u00e8 infatti quella dell\u2019opera d\u2019arte: anzich\u00e9 il capo mozzato di Pompeo, per esempio, nel I atto \u00e8 introdotto, sospeso a un <em>pallet stacker<\/em>, un\u2019enorme riproduzione del ritratto di Pompeo conservato alla Ny Carlsberg Glyptothek di Copenaghen.<br \/>\nCertamente Pelly evita un\u2019incongruenza forte, ossia che il gruppo dei personaggi cantanti e il manipolo di custodi del museo non comunichino tra loro, perch\u00e9 altrimenti Cesare, Cleopatra, Cornelia e gli altri sarebbero soltanto fantasmi, aleggianti in bui depositi. Invece il personale maschile subisce il fascino della regina d\u2019Egitto, diventa \u201ccollaboratore\u201d dell\u2019intreccio, contribuendo alla coerenza di tutta la rappresentazione. La cui articolazione segue con scrupolo la divisione in tre atti dell\u2019originale: se il I esalta statue di grandi dimensioni, il II costruisce una quadreria barocca di dipinti mobili che fa da sfondo alla scena di seduzione in Parnaso, con il concertino sul palcoscenico. Sfilano i quadri di Cabanel e di G\u00e9r\u00f4me e i paesaggi orientali, ma quando Cesare canta \u00abSe in fiorito ameno prato \/ l\u2019augellin tra fiori e fronde \/ si nasconde, \/ fa pi\u00f9 grato \/ il suo cantar\u00bb, compare in scena il grande ritratto di H\u00e4ndel eseguito da Thomas Hudson nel 1749 (ora all\u2019Hamburger Stadtbibliothek). Ai versi \u00abfa pi\u00f9 grato il suo cantar\u00bb, Cesare indica sorridente il volto del compositore: \u00e8 il momento pi\u00f9 raffinato e felice di tutto lo spettacolo. Dopo le statue e i quadri, nel III atto \u00e8 la volta dei tappeti orientali, che ricoprono tutto, dagli scaffali alle teche; ma non \u00e8 mancanza d\u2019immaginazione, perch\u00e9 nell\u2019ultima scena, quando il magazzino sembra diventato un molo portuale, con la vela della nave di Cesare sullo sfondo, Cleopatra fa capolino sana e salva, e raggiunge l\u2019amato avvolta in un tappeto (per un attimo Jessica Pratt \u00e8 novella Lyz Taylor, giusta le versione hollywoodiana del famoso racconto plutarchiano).<br \/>\nCon il <em>Giulio Cesare<\/em> il Teatro Regio di Torino ha compiuto una scelta coraggiosa e vincente: da tempo in Italia si attende un\u2019innovazione nella confezione del repertorio, nelle abitudini del pubblico, insomma nell\u2019educazione artistica e musicale; almeno da quando Eugenio Montale, recensendo appunto un <em>Giulio Cesare<\/em> dato alla Scala nel 1956 (Gianandrea Gavazzeni dirigeva; la coppia Nicola Rossi Lemeni e Virginia Zeani dava voce ai protagonisti), apriva il pezzo con una considerazione di ordine generale: \u00abSe non esistesse la musica dell\u2019et\u00e0 barocca &#8211; musica onnivora, che tende a fagocitare le altre arti &#8211; maggior credito avrebbe l\u2019ipotesi, pi\u00f9 volte affacciata, che la musica sia un\u2019arte secondaria, minore\u00bb. Con De Marchi e Pelly che le danno suono, forma e vita, la musica barocca esiste in tutta la sua lussureggiante pienezza.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Torino, Teatro Regio, Stagione d\u2019opera e di balletto 2014-2015 \u201cGIULIO CESARE\u201d Dramma per musica in tre atti Libretto [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":102,"featured_media":78222,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[4],"tags":[1330,3107,2239,4688,244,2382,700,12764,12761,672,12763,12760,12759,145,12762,7947,486,1587],"class_list":["post-78216","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-recensioni","tag-alessandro-de-marchi","tag-antonio-abete","tag-chantal-thomas","tag-claudio-fenoglio","tag-georg-friedrich-handel","tag-guido-loconsolo","tag-jessica-pratt","tag-joel-adam","tag-jud-perry","tag-laurent-pelly","tag-laurie-feldman","tag-maite-beaumont","tag-nicola-francesco-haym","tag-opera-lirica","tag-orchesta-e-coro-del-teatro-regio-di-torino","tag-riccardo-angelo-strano","tag-sara-mingardo","tag-sonia-prina"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/78216","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/wp-json\/wp\/v2\/users\/102"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=78216"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/78216\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":87351,"href":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/78216\/revisions\/87351"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/wp-json\/wp\/v2\/media\/78222"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=78216"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=78216"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=78216"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}