{"id":80621,"date":"2015-05-11T10:05:26","date_gmt":"2015-05-11T08:05:26","guid":{"rendered":"http:\/\/www.gbopera.it\/?p=80621"},"modified":"2016-11-25T13:12:33","modified_gmt":"2016-11-25T12:12:33","slug":"milano-teatro-alla-scala-turandot-2","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/milano-teatro-alla-scala-turandot-2\/","title":{"rendered":"Milano, Teatro alla Scala: &#8220;Turandot&#8221;"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><em>Milano, Teatro alla Scala \u2013 Stagione d<\/em><em>\u2019<\/em><em>opera e balletto 2014-2015 <\/em><br \/>\n<strong>\u201cTURANDOT\u201d<\/strong><br \/>\nDramma lirico in tre atti e cinque quadri su libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni<strong><br \/>\n<\/strong>Musica di <strong>Giacomo Puccini<br \/>\n<\/strong>Completamento del terzo atto di <strong>Luciano Berio<br \/>\n<\/strong><em>Turandot<\/em>\u00a0 NINA STEMME<br \/>\n<em>Altoum<\/em>\u00a0 CARLO BOSI<br \/>\n<em>Timur<\/em>\u00a0 ALEXANDER TSYMBALYUK<br \/>\n<em>Il Principe Ignoto (Calaf)<\/em>\u00a0 ALEKSANDRS ANTONENKO<br \/>\n<em>Li\u00f9<\/em>\u00a0 MARIA AGRESTA<br \/>\n<em>Ping<\/em><em>\u00a0 <\/em>ANGELO VECCIA<br \/>\n<em>Pang<\/em><em>\u00a0 <\/em>ROBERTO COVATTA<br \/>\n<em>Pong<\/em><em>\u00a0 <\/em>BLAGOJ NACOSKI<br \/>\n<em>Un Mandarino\u00a0 <\/em>GIANLUCA BREDA<br \/>\n<em>Principe di Persia\u00a0 <\/em>AZER RZA-ZADA<br \/>\n<em>Prima ancella\u00a0 <\/em>BARBARA RITA LAVARIAN<br \/>\n<em>Seconda ancella\u00a0 <\/em>KJERSTI \u00d8DEGAARD<br \/>\nOrchestra e Coro del Teatro alla Scala<br \/>\ncon la partecipazione del Coro di Voci Bianche dell\u2019Accademia Teatro alla Scala diretto da Bruno Casoni.<br \/>\nDirettore <strong>Riccardo Chailly<br \/>\n<\/strong>Maestro del coro <strong>Bruno Casoni<br \/>\n<\/strong>Regia <strong>Nikolaus Lehnhoff<\/strong><br \/>\nScenografia <strong>Raimund Bauer<\/strong><br \/>\nCostumi <strong>Andrea Schmidt-Futterer<br \/>\n<\/strong>Coreografia <strong>Denni Sayers<\/strong><br \/>\nLuci <strong>Duane Schuler<br \/>\n<\/strong>Produzione dell\u2019Opera Nazionale Olandese, Amsterdam.<br \/>\n<em>Milano, 8 maggio 2015\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 <\/em><br \/>\nNuovi inizi. Una Turandot discussa e attesissima che, inaugurata l\u2019Esposizione Universale il primo maggio, ha aperto ufficialmente il ciclo \u201cLa Scala per Expo\u201d, iniziativa che prevede l\u2019apertura ininterrotta del teatro meneghino fino al 31 ottobre 2015 (<a href=\"http:\/\/www.teatroallascala.org\/includes\/doc\/2014-2015\/brochure-expo-2.pdf)\">qui il programma completo<\/a>). Non solo, questo spettacolo segna anche l\u2019esordio sul podio di <strong>Riccardo Chailly<\/strong> in qualit\u00e0 di Direttore Principale, nomina che rientra nelle misure di rinnovo che stanno interessando questa prima fase dell\u2019era Pereira. In ultimo, ma non per importanza, assistiamo ad un ulteriore debutto legato pi\u00f9 strettamente alla partitura e voluto fortemente dallo stesso Chailly: il completamento del terzo atto firmato da Luciano Berio &#8211; e non Alfano, cui ormai siamo abituati &#8211; finale per la prima volta proposto in forma scenica sul palco del Piermarini, dopo un\u2019esecuzione in forma di concerto (Stagione 2008) guidata sempre dalla stessa bacchetta. Il buon rapporto d\u2019intesa tra Chailly e Berio nacque nel 2002 quando alle Canarie si esegu\u00ec per la prima volta \u201cTurandot&#8221; con questo nuovo finale, del quale il direttore milanese \u00e8 dichiaratamente innamorato. Lasciamo a studiosi e musicologi pi\u00f9 esperti analisi e confronti puntuali tra il <strong>Finale Berio<\/strong> e le due versioni di Alfano, una questione tanto interessante quanto dibattuta che invitiamo ad approfondire altrove. A livello del tutto soggettivo, chi scrive ha sempre dichiarato di preferire un brutale taglio alla Toscanini chiudendo l\u2019opera con la morte di Li\u00f9. Qualcuno ha mai preso in considerazione di aggiungere il braccio sinistro al Cristo della Piet\u00e0 Rondanini? Tuttavia gli appunti lasciati da Puccini sono abbastanza numerosi da giustificare il proposito di affidare il finale ad altri grandi compositori, partendo dalle bozze autografe. Premesso questo, sar\u00e0 che l\u2019utilizzo di 24 schizzi su 30 da parte di Berio (contro i 4\/5 di Alfano) dimostra un rispetto estremo verso le intenzioni del compositore, sar\u00e0 che il linguaggio contemporaneo di Berio tutto sommato ben si sposa con il gusto pucciniano, sar\u00e0 che cos\u00ec splendidamente diretto diventi inevitabilmente un piacere da ascoltare, questo finale \u00e8 &#8211; per gusto meramente personale &#8211; di gran lunga preferibile all\u2019eccessiva pomposit\u00e0 grottesca del Finale Alfano cui ci hanno abituati. Tornando a Puccini, Chailly dimostra ancora una volta profonda conoscenza e grande amore per l\u2019incompiuta del genio toscano, e la sua direzione infiamma e sorprende di conseguenza. Riesce a spremere fino al midollo la sempre eccellente <strong>Orchestra del Teatro alla Scala<\/strong> per estrarne un campionario di sonorit\u00e0 che hanno tutta la forza e il sapore del Novecento, gi\u00e0 cos\u00ec vivido nella sua crudezza in quest\u2019ultimo capolavoro pucciniano. Chailly esalta questa natura d\u2019avanguardia ponendo forte accento sugli elementi dissonanti, a partire dalle staffilate in re minore e do diesis maggiore della scena iniziale \u201cPopolo di Pekino!\u201d (quasi un richiamo a Stravinskij). L\u2019attenzione \u00e8 massima anche nella gestione degli interventi percussionistici, dal gong allo xilofono, che contribuiscono in primis ad alimentare la vena lugubre e inquietante dell\u2019intreccio e a richiamarne inoltre a tratti l\u2019esotismo accanto alle numerose melodie di matrice orientale. Anche le componenti pi\u00f9 legate alla tradizione, pur rielaborata, presenti in \u201cTurandot\u201d vengono altrettanto valorizzate dalla bacchetta milanese, che sa intessere sapientemente una serie di cromatismi impressionistici che impreziosiscono pagine come le arie di Li\u00f9, la prima in particolare, o le eteree parentesi naturalistiche affidate al <strong>Coro<\/strong>, come sempre raffinatamente preparato da <strong>Bruno Casoni<\/strong>.\u00a0 Analizziamo ora l\u2019allestimento, di cui parecchio si sta discutendo e che continua a dividere critici e appassionati. A nostro parere la produzione firmata dal regista <strong>Nikolaus Lehnhoff<\/strong> si rivela chiave fondamentale per il successo di questo spettacolo, insieme all\u2019eccezionale direzione appena descritta e all\u2019insolita proposta del Finale Berio. Probabilmente non \u00e8 ciascuno di questi tre elementi a risultare vincente di per s\u00e9, ma piuttosto l\u2019efficace sinergia e coerenza che li lega l\u2019uno all\u2019altro. Ci\u00f2 che inizialmente Lehnhoff vuole mostrarci \u00e8 un lugubre mondo senza tempo &#8211; il regno di una metafisica Turandot &#8211; dove dominano terrore e violenza ancestrale, un riscontro perfetto per la lettura cruda e viscerale di Chailly. Questo regno inquietante prende forma nell\u2019imponente e pulitissima scenografia di <strong>Raimund Bauer<\/strong>, che ricrea uno spazio simmetrico e claustrofobico delimitato da pareti inclinate costellate di chiodi, come un\u2019infernale fortezza rosso sangue. Una struttura imponente e pulitissima, intelligentemente progettata con balconi, botole, ingressi e piattaforme mobili che ben si prestano a soluzioni registiche interessanti e movimenti delle masse particolarmente suggestivi. Un impianto scenico motivatamente statico, il cui principale obiettivo sembra quello di lasciare spazio alla musica: funzionale, rispettoso, suggestivo nella sua sinteticit\u00e0 che ben si presta ai suggestivi contrasti cromatici rosso-giallo-bianco fino al blu (luci di <strong>Duane Schuler<\/strong>). Anche i costumi di <strong>Andrea Schmidt-Futterer<\/strong> seguono una linea moderna e decisamente minimal. Le sue soluzioni risultano efficaci e suggestive in alcuni casi, meno in altri. Ottima \u00e8 la caratterizzazione di <strong>Ping, Pang e Pong, riportati alle maschere giocose derivanti dalla Commedia dell\u2019Arte<\/strong> per recuperare quella vena ironica che spesso manca nei tre ministri (senza rinunciare alla caratterizzazione sadica ben resa da trucco e parrucco, che forse fanno anche troppo pagliaccio diabolico evaso da un film horror). Meno riusciti i funzionari con cilindri e mani mozzate luminose (?), il Mandarino \u201cCappellaio Matto\u201d armato di ventaglio o il discutibile abito piumato di Turandot affibiatole da \u201cIn questa reggia\u201d in avanti. Elegante e singolare invece l\u2019apparizione in abito bianco della statuaria principessa, pronta ad emettere dall\u2019enorme porta circolare la sua ovvia sentenza sul Principe di Persia, nudo e inerme al suo cospetto. Curioso anche lo scettro curvo, a met\u00e0 tra una simbolica falce e uno spicchio di luna insanguinato. <strong>Tornando alla regia, altro elemento fondamentale \u00e8 la caratterizzazione del popolo. La folla \u00e8 ridotta a presenza spettrale,<\/strong> disumanizzata da maschere, cappelli e lunghi abiti neri. Sono tutti sottomessi al terrore imposto da Turandot e allo stesso tempo assuefatti dalla violenza, tanto da inneggiare spontaneamente alla morte in un\u2019inquietante danza rituale intorno al fuoco (\u201cGira la cote\u201d). L\u2019elemento della ritualit\u00e0 \u00e8 fortemente presente nell\u2019opera (pensiamo in questo senso all\u2019ossessiva ripetizione del numero 3: gli enigmi, i colpi di gong, la triplice ripetizione delle soluzioni ecc.) e rimanda ad un\u2019atmosfera barbarica e selvaggia che come pervade la musica pervade anche questa messinscena. Alla brutalit\u00e0 si contrappone invece l\u2019umanit\u00e0 di Li\u00f9 che, come Timur, spicca in abito bianco nell\u2019oscurit\u00e0 della scena e della folla. La figura di Li\u00f9 e della sua sublimazione nel sacrificio del terzo atto \u00e8 elemento centrale della regia di Lehnhoff, che alla prima rappresentazione ad Amsterdam ottenne &#8211; dopo iniziali perplessit\u00e0 &#8211; il placet convinto dello stesso Berio. Nel finale avviene qualcosa di inedito: il corpo senza vita dell\u2019ancella rimane in scena fino al termine dell\u2019opera frapponendosi tra Calaf e Turandot, a simboleggiare il prezzo indelebile della loro unione. Una soluzione registica interessantissima e coerente non tanto con il libretto che prevede l\u2019uscita di scena, ma ancora una volta con la partitura, sposandosi perfettamente con l\u2019impostazione del finale secondo Berio, dove il tema di Li\u00f9 ritorna ripetutamente fino al calare del sipario.\u00a0 Se quanto descritto fino a questo punto, dall\u2019orchestrazione all\u2019allestimento, rende certamente memorabile questa \u201cTurandot\u201d, pi\u00f9 discontinuo \u00e8 il livello del cast vocale. La protagonista ha sembianze e voce della nordica <strong>Nina Stemme<\/strong>, algida come si conviene al personaggio, nobile e affascinante (quando il physique du role della Principessa sembra essere un optional in tante altre produzioni). L\u2019artista svedese, da wagneriana di razza qual \u00e8, dal vivo impressiona per straordinaria potenza vocale, in grado di sovrastare con facilit\u00e0 un foltissimo coro e un&#8217;orchestra autorizzata da Chailly a non risparmiarsi troppo sul fronte del volume. Tuttavia nel repertorio italiano il soprano presenta ancora varie lacune a partire da fraseggio e dizione, decisamente perfettibili. Altra criticit\u00e0 evidente \u00e8 la quasi totale assenza di legato, fattore che si traduce in una certa legnosit\u00e0 interpretativa percepibile gi\u00e0 dall\u2019aria di sortita \u201cIn questa reggia\u201d, pagina notoriamente insidiosa costruita su un declamato nel quale si intrecciano sofisticati cromatismi cui la Stemme non rende particolare giustizia, come anche nella \u201cScena degli Enigmi\u201d. Pi\u00f9 convincente invece nel finale, dove allo \u201cscioglimento\u201d della gelida principessa corrisponde anche una maggiore disinvoltura musicale e una migliore resa espressiva. \u00c8 ben pi\u00f9 carente il Calaf di <strong>Aleksandrs Antonenko<\/strong>. Partendo dal presupposto che non basti avere tanti polmoni per risolvere il ruolo, le nette carenze nel fraseggio abbinate ad un fastidioso e continuo vibrato portano drammaticamente la performance del tenore sotto la soglia dell\u2019accettabile. Puntare tutto su squillo e spinta permette ad Antonenko di portare a casa in qualche modo quelle pagine che richiedono maggior impeto, come la triplice risposta agli enigmi. Nei passaggi pi\u00f9 lirici tuttavia, quella stessa spinta costante, talora eccessiva, supportata da una tecnica piuttosto rozza, porta ad un\u2019interpretazione diffusamente scomposta e &#8211; nei casi pi\u00f9 critici &#8211; ai limiti della stecca. In sintesi, sin dal \u201cNon piangere Li\u00f9\u201d vien da piangere eccome. Insipido infine il \u201cNessun dorma\u201d, pur cantato con volume notevole e senza particolari scivoloni in questa replica (non si infierisca oltre).<br \/>\nDi tutt\u2019altra levatura l\u2019eccezionale prova di <strong>Maria Agresta<\/strong>. Oltre alle ormai note qualit\u00e0 di tecnica, gusto e sensibilit\u00e0 musicale che spiccano sul resto del cast (e, diremmo, anche nel panorama lirico italiano e non) interessantissimo e inedito &#8211; con la complicit\u00e0 del regista &#8211; \u00e8 il taglio espressivo che il soprano d\u00e0 alla sua Li\u00f9. Non abbiamo di fronte una giovane ingenua vittima di un amore idealizzato come spesso viene rappresentata, ma piuttosto una donna di straordinaria forza e coraggio, ben cosciente del sacrificio che andr\u00e0 a compiere per l\u2019uomo amato. Un temperamento forte, quasi aggressivo nel fronteggiare Turandot (\u201cTu, che di gel sei cinta\u201d) che non esclude per\u00f2 l\u2019estrema dolcezza propria del personaggio, di cui \u00e8 pienamente intrisa l\u2019aria \u201cSignore, ascolta\u201d: dalle corpose mezzevoci agli acuti stabilmente cesellati sul fiato, la Agresta si muove con naturalezza in ogni angolo della tessitura. Il fraseggio \u00e8 curatissimo e l\u2019emissione sempre cristallina, raggiungendo l\u2019apice della perfezione in chiusura con un \u201cLi\u00f9 non regge pi\u00f9\u2026Ah!\u201d che per delicatezza ha persino del mistico. Sempre al suo fianco in palcoscenico l\u2019ottimo Timur di <strong>Alexander Tsymbalyuk<\/strong>, giovane basso forte di un gradevolissimo timbro brunito e voce carica di armonici. Da segnalare in particolare il suo struggente \u201cLi\u00f9, sorgi!\u201d, nell\u2019ultima apparizione al terzo atto. Vincente il trio <strong>Angelo Veccia &#8211; Roberto Covatta &#8211; Blagoj Nacoski<\/strong>, rispettivamente Ping, Pang e Pong, veri mattatori della scena. Nonostante i costumi tanto suggestivi quanto ingombranti, si destreggiano abilmente in danze, corse e salti dimostrando grande intesa e riuscendo contemporaneamente a gestire il canto con sinergica espressivit\u00e0. Infine <strong>Carlo Bosi<\/strong> impersona un imperatore solenne e nobile nella sua scenografica e breve apparizione, sfoggiando un gradevole timbro caldo e voce ben proiettata.\u00a0 Buoni gli interventi delle ancelle (<strong>Barbara Rita Levarian<\/strong> e <strong>Kjersti \u00d8degaard<\/strong>), approssimativo il Mandarino di <strong>Gianluca Breda<\/strong>, corretto l\u2019intervento del Principe di Persia (<strong>Azer Rza-Zada<\/strong>).\u00a0 In occasione di questa terza recita, come la sera della Prima, ovazioni per Agresta e Chailly da un Teatro alla Scala gremito ed entusiasta. Sold-out anche per le restanti repliche.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Milano, Teatro alla Scala \u2013 Stagione d\u2019opera e balletto 2014-2015 \u201cTURANDOT\u201d Dramma lirico in tre atti e cinque [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":99,"featured_media":80623,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[4],"tags":[6146,6541,3915,1732,5067,9335,3248,1748,136,7596,3602,568,1689,294,145,3383,229,9847,4129,144],"class_list":["post-80621","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-recensioni","tag-aleksandrs-antonenko","tag-alexander-tsymbalyuk","tag-andrea-schmidt-futterer","tag-angelo-veccia","tag-blagoj-nacoski","tag-bruno-casoni","tag-carlo-bosi","tag-duane-schuler","tag-giacomo-puccini","tag-gianluca-breda","tag-luciano-berio","tag-maria-agresta","tag-nikolaus-lehnhoff","tag-nina-stemme","tag-opera-lirica","tag-raimund-bauer","tag-riccardo-chailly","tag-roberto-covatta","tag-teatro-alla-scala-di-milano","tag-turandot"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/80621","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/wp-json\/wp\/v2\/users\/99"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=80621"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/80621\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":80622,"href":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/80621\/revisions\/80622"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/wp-json\/wp\/v2\/media\/80623"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=80621"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=80621"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=80621"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}