{"id":82663,"date":"2015-10-27T18:52:58","date_gmt":"2015-10-27T17:52:58","guid":{"rendered":"http:\/\/www.gbopera.it\/?p=82663"},"modified":"2015-10-27T18:52:58","modified_gmt":"2015-10-27T17:52:58","slug":"antonio-ghislanzoni-non-di-solo-verdi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/antonio-ghislanzoni-non-di-solo-verdi\/","title":{"rendered":"Antonio Ghislanzoni. Non di solo Verdi&#8230;"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">di<strong> Pacifica Artuso<br \/>\n<\/strong>\u00a0EurArte Edizioni, Varenna (Lc) 2013, pp. 164, ISBN 978-88-95206-32-5.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella <em>Letteratura della Nuova Italia<\/em> Benedetto Croce riservava un piccolo capitolo anche ad Antonio Ghislanzoni, assumendo lo spunto di una fama letteraria &#8211; ormai in decadenza &#8211; dalla ristampa del 1921 presso Treves del romanzo <em>Gli artisti da teatro<\/em> (<em>La letteratura della Nuova Italia. Saggi critici<\/em>, V, Laterza, Bari 1950<sup>3<\/sup>, pp. 111-118). Se l\u2019intrigo amoroso dell\u2019opera \u00e8 animato, a detta di Croce, dalla solita \u00abconvenzionale falsit\u00e0\u00bb, sono altre le qualit\u00e0 importanti dell\u2019autore, che dal taglio di alcune opere \u00e8 definibile \u00abfilosofo della storia\u00bb (e non \u00e8 poco, detto da Croce, in riferimento a pagine di <em>Abrakadabra. Storia dell\u2019avvenire<\/em>, Brigola, Milano 1884). Ma in definitiva lo storico della letteratura, animato pi\u00f9 che altro dall\u2019intento dell\u2019antologista che ricerca il meglio, bolla pur sempre Ghislanzoni come \u00abbizzarro autore\u00bb (p. 115), sebbene di tutta la carriera di poeta per il teatro musicale non dica nulla, a parte un\u2019ovvia e rapidissima menzione del libretto di <em>Aida<\/em> per Verdi.<br \/>\nChe cos\u2019\u00e8 la <em>bizzarria<\/em> di uno scrittore dell\u2019Ottocento? \u00c8 molto difficile sottrarre alle personalit\u00e0 italiane del XIX secolo collegate alla cultura risorgimentale quell\u2019aura di avventatezza, di caotica poliedricit\u00e0, d\u2019instancabile <em>verve<\/em>, che nell\u2019et\u00e0 contemporanea si suole spiegare pi\u00f9 come difetto formativo che non come chiaro intendimento artistico o progetto intellettuale. Antonio Ghislanzoni non si allontana da tale <em>clich\u00e9<\/em>, al pari di Temistocle Solera, di Arrigo Boito, addirittura di Gaetano Donizetti, di Giuseppe Rovani e di numerosi altri artisti, molti dei quali sono a torto annoverati nell\u2019indistinto gruppo degli \u201cscapigliati\u201d. Croce ebbe il merito di classificare tutti i pi\u00f9 importanti autori \u201cdella Nuova Italia\u201d con criterio estetico, storicistico, razionale, ma nel Novecento sono comunque prevalse biografie impressionistiche e aneddotiche, restituenti un\u2019immagine volutamente confusionaria, che si coagula quasi sempre nel ritratto del rivoluzionario fallito. Nel caso dei librettisti italiani (e di quelli verdiani in particolare) il giudizio vulgato \u00e8 sempre stato particolarmente severo, poich\u00e9 non si \u00e8 mai risparmiata nessuna critica al loro artigianato letterario (il pi\u00f9 delle volte neppure considerato autentica poesia). <strong>Pacifica Artuso (d\u2019ora in poi PA) tenta di liberare la fama di Ghislanzoni da questa cappa di pregiudizi, optando per un metodo molto pregevole: comprendere appieno almeno una di quelle numerose scaglie della caleidoscopica vita, tanto significativa da gettare una luce diversa anche sulle altre; e sceglie il Ghislanzoni cantante e baritono, la cui carriera \u00e8 cronologicamente precedente a quella del librettista, del giornalista, dello scrittore<\/strong>. Il risultato \u00e8 un libro dalla scrittura piana e godibilissima, strutturato bene e orchestrato ancora meglio, che senza dubbio raggiunge tutti gli scopi prefissi.<br \/>\nPA discorre naturalmente di tutta l\u2019esistenza di Ghislanzoni (1824-1893), ma indaga in modo particolare la prima fase professionale &#8211; quando anch\u2019egli era \u201cartista da teatro\u201d &#8211; unitamente alla rielaborazione narrativa che il librettista realizz\u00f2 poi del mondo dei cantanti (appunto con il suo pi\u00f9 celebre romanzo, il gi\u00e0 citato <em>Gli artisti da teatro<\/em>), forte di una notevole documentazione originale: \u00abla nostra indagine riparte dal Ghislanzoni baritono, dalla lettura dei periodici musicali dell\u2019epoca, che suscitano perplessit\u00e0 e obiezioni negli storici, a causa di un sistema che non garantiva l\u2019imparzialit\u00e0 di giudizio\u00bb (p. 9). Il libro \u00e8 suddiviso in tre parti: dopo una breve <em>Introduzione<\/em> (pp. 7-11) prende avvio la prima, che \u00e8 anche la pi\u00f9 ampia, <em>Il baritono<\/em> (pp. 13-75); seguono <em>Gli artisti da teatro<\/em> (pp. 76-126) e <em>Verdi visto da Ghislanzoni<\/em> (pp. 127-158); conclude il volume una generale <em>Bibliografia<\/em> (che \u00e8 anche sitografia delle fonti originali, pp. 159-164).<br \/>\nNel ripercorrere tutte le tappe della sfortunata carriera lirica di Ghislanzoni &#8211; iniziata a Lodi nel 1847 con la <em>Luisa Strozzi<\/em> di Gualtiero Sanelli e conclusasi a Milano nel 1855, quando l\u2019artista ha soltanto trentun\u2019anni &#8211; <strong>PA intreccia due filoni documentari: le recensioni e le cronache musicali dell\u2019epoca da una parte, i numerosi cenni autobiografici disseminati in quasi tutta l\u2019opera del Ghislanzoni prosatore dall\u2019altra<\/strong>. A interessare di pi\u00f9 il lettore \u00e8 appunto l\u2019autoironico distacco con cui il baritono racconta dei propri fallimenti, dei disinganni del mondo teatrale, delle meschinit\u00e0 e delle intollerabili angherie caratterizzanti la vita di un cantante d\u2019opera nella prima met\u00e0 dell\u2019Ottocento. Rilevando come Ghislanzoni abbia trasformato il proprio insuccesso vocale in una forte motivazione letteraria, PA consegna al lettore l\u2019immagine di un \u00absociologo della musica per caso\u00bb (per riprendere il titolo di un capitolo centrale del libro, pp. 90-94).<br \/>\nL\u2019ultimo impegno vocale del baritono, <em>Il Templario<\/em> di Otto Nicolai (risalente al 1840), avrebbe avuto luogo sul palcoscenico del milanese Teatro Carcano. PA riporta il ricordo del diretto interessato: \u00abIl teatro Carcano, che era stato nel 1847 il mio campo di Marengo, si tramutava otto anni dopo nel mio Waterloo. I fischi, le grida, le contumelie che mi investirono mentre io adunava invano gli ultimi residui delle mie note agonizzanti per cantare nel <em>Templario<\/em> la parte eroica di Briano, m\u2019intimarono di cedere le armi\u00bb (p. 65). L\u2019autrice cerca a questo punto di interpretare il testo autobiografico, pubblicato quasi venticinque anni dopo il disastro milanese in <em>Biografie: Angelo Mariani<\/em>, in <em>Libro serio<\/em> (Milano 1879), e lo fa con mirabile senso critico: \u00abQuale cantante, nelle sue memorie, avrebbe potuto soffermarsi su un clamoroso insuccesso, offrendo ai posteri l\u2019immagine di un uomo sconfitto? Solo un divo a met\u00e0 o un personaggio poliedrico con altre frecce al suo arco. Ma anche un baritono dalla cattiva coscienza che paga con i fischi la mancanza di disciplina nel gestire il suo organo vocale\u00bb (<em>ibidem<\/em>). Basterebbe questa sola citazione per comprendere la qualit\u00e0 scientifica della ricerca di PA, lontana sia dalle memorie aneddotiche cui si faceva cenno in apertura sia dagli intenti agiografici, con cui si cerca spesso di salvare, di difendere, di giustificare un personaggio, e di spiegare i suoi fallimenti come conseguenza delle cattive azioni altrui anzich\u00e9 sue proprie responsabilit\u00e0.<br \/>\nLa prima parte si conclude con una domanda, che pare la migliore introduzione alla nuova vita di Ghislanzoni, ossia a tutto quanto accade dopo lo sciagurato 1855: <strong>\u00abSi smette mai veramente di essere e di sentirsi dei cantanti lirici dentro? Si perde davvero del tutto la memoria fisica delle sensazioni, anche se si \u00e8 perduta la voce e si \u00e8 cambiato mestiere?\u00bb<\/strong> (pp. 75 s.). L\u2019interrogativo ha la funzione di instillare il dubbio che l\u2019aspirazione al canto resti immutata anche quando Ghislanzoni si dedica a nuova carriera, e che essa condizioni comunque l\u2019operato dell\u2019uomo. Naturalmente la domanda retorica di PA presuppone una risposta negativa per tutto quel che concerne il librettista, sempre colluso con il teatro musicale; \u00e8 invece pi\u00f9 difficile andare oltre un giudizio impressionistico se si riferisce la stessa risposta alla scrittura giornalistica e letteraria. Senza dubbio, per\u00f2, gi\u00e0 sul finire della prima parte il lettore apprezza uno degli intenti meglio riusciti del libro, ossia dimostrare che la carriera di cantante di Ghislanzoni non sia stata soltanto un romantico capriccio giovanile, una breve parentesi nella vita del letterato e scrittore, ma sia piuttosto il fondamento di tutta la sua esistenza artistica e intellettuale. Non a caso i due titoli pi\u00f9 noti di Ghislanzoni sono <em>Aida<\/em> e <em>Gli artisti da teatro<\/em>, ossia un libretto d\u2019opera (poesia per il teatro musicale; ne scrisse altri ottantaquattro) e un romanzo di carattere sociologico, tutto dedicato alle disavventure e ai fallimenti della maggior parte dei cantanti lirici della sua epoca. Ed \u00e8 oltremodo significativo che il protagonista del romanzo, Ernesto Salviani, sia un aspirante tenore, ammalato di eclettismo artistico, discontinuo negli studi e volubile in ogni applicazione culturale. Conviene concedere spazio all\u2019accattivante facilit\u00e0 di scrittura dello stesso Ghislanzoni: \u00abIngegno versatile e balzano, piegava or all\u2019uno or all\u2019altro studio, con tanta volubilit\u00e0, che spesse volte i precettori e i parenti e gli amici ne erano allarmati. Oggi si innamorava della poesia, studiava le opere dei grandi poeti, componeva melodrammi, poesie liriche, novelle, e romanzi; domani esaltandosi alla vista di un bel quadro, correva da un maestro per apprendere gli elementi del disegno, comperava una tavolozza e tappezzava la camera di gessi e di modelli; pi\u00f9 tardi si procurava un pianoforte, e consacrava l\u2019intera giornata allo studio della musica. La scherma, l\u2019equitazione, il magnetismo, la fisica, lo studio delle lingue, nella vicenda de\u2019 suoi giovanili entusiasmi egli avea disfiorato tutto quanto pu\u00f2 far parte dello scibile umano. Vero figliolo del secolo, egli assomigliava ad una di quelle enciclopedie, ove si riassumono gli elementi di ogni scienza, senza che alcuna vi sia compiutamente e profondamente sviluppata\u00bb (p. 85).<br \/>\n\u00abCome non scorgere, dietro il ritratto di Ernesto Salviani, il giovane e tormentato Ghislanzoni?\u00bb (p. 84). Ma oltre a questa considerazione, tutto sommato prevedibile, <strong>la vera intuizione geniale di PA \u00e8 un\u2019altra, ossia quella di considerare la stessa trama del romanzo come canovaccio di un melodramma che racconta dal suo interno la vita degli artisti: congegnato con la struttura di un libretto, <em>Gli artisti da teatro<\/em> non \u00e8 dunque soltanto un romanzo, ma rappresenta anche una sorta di meta-libretto, o meglio ancora di meta-teatro musicale<\/strong>. La curiosit\u00e0 nasce gi\u00e0 nel titolo, con quella preposizione \u201cda\u201d: anzich\u00e9 essere artisti <em>di<\/em> teatro, per nobile appartenenza, gli sciagurati personaggi di Ghislanzoni sono personaggi <em>da<\/em> teatro, alla stregua di come si dice \u2018animali <em>da<\/em> circo\u2019 o, peggio ancora, \u2018fenomeni <em>da<\/em> baraccone\u2019. Furono originariamente pubblicati a puntate sul periodico \u00abCosmorama pittorico\u00bb a partire dal 1857, ossia appena due anni dopo l\u2019interruzione della carriera di cantante; e sono realmente un\u2019opera molto interessante sul piano narrativo, non a caso pi\u00f9 volte ristampata. PA utilizza l\u2019edizione in sei volumi del 1865 (Daelli e C., Milano), poich\u00e9 corredata di note critico-biografiche che Ghislanzoni aveva raccolto negli anni, e che costituiscono il prezioso commentario, sovente autobiografico, al contesto storico delle vicende di fantasia. Ma il romanzo ebbe continuata fortuna editoriale, se i diritti furono acquisiti da Sonzogno, che tra 1872 e 1930 pubblic\u00f2 sette edizioni; una versione fu ristampata da Treves nel 1921 e un\u2019ultima si deve all\u2019editore milanese ULTRA nel 1944, per non citare che quelle provviste di datazione (tanto interesse spiega anche perch\u00e9 a quest\u2019opera abbia dedicato un apposito capitolo Folco Portinari in <em>Le parabole del reale: romanzi italiani dell\u2019Ottocento<\/em>, Einaudi, Torino 1976; ma oggi esiste un saggio pi\u00f9 aggiornato, nel libro di Roberta Colombi, <em>Un umorista in maschera: la narrativa di Antonio Ghislanzoni (1824-1893)<\/em>, Loffredo University Press, Napoli 2012).<br \/>\nAnzich\u00e9 operare una precisa sovrapposizione di Ghislanzoni-cantante lirico al personaggio protagonista del Ghislanzoni-romanziere (identificare i personaggi letterari e la loro biografia con quella dell\u2019autore \u00e8 sempre rischioso, quando non indebito), si pu\u00f2 prendere le mosse dagli <em>Artisti da teatro<\/em> per cercare di comprendere un atteggiamento dominante nell\u2019uomo dell\u2019Ottocento, che troppo facilmente obbedisce a un istinto sentimentale, senza riflettere che questo si traduce poi in una pratica artistica velleitaria e bassamente romantica. La capacit\u00e0 pi\u00f9 alta di Ghislanzoni \u00e8 di mettere a nudo la propria esistenza tematizzandone le vicissitudini, analizzandole in modo spietato e ironico; se si considera come la sua \u201cinvenzione letteraria\u201d tenti di essere la sola trasposizione della realt\u00e0 (per come essa si manifesta all\u2019autore, ovviamente), la conclusione sulla sua scrittura, canonicamente aggiudicata all\u2019ambito della Scapigliatura lombarda, potrebbe precisare meglio una tensione verso il naturalismo di Verga che non verso altre correnti (una riprova di questo avvicinamento \u00e8 per esempio nella disquisizione sul termine <em>progresso<\/em> &#8211; tipica parola verghiana &#8211; che Ghislanzoni inserisce nel gi\u00e0 citato <em>Abrakadabra<\/em> del 1884; non a caso Croce aveva trascritto due paginette di questo libro nel ritratto per la collana laterziana). Ghislanzoni, insomma, formula da s\u00e9 la sconfitta dell\u2019artista risorgimentale, poich\u00e9 da cantante, da giornalista, da poeta e librettista, \u00e8 costretto senza sosta a esternare valori e ideali che il mondo pratico sconfessa; e che la sua stessa analisi sconfessa, riconoscendoli come perduti o addirittura inesistenti.<br \/>\nA proposito della problematica appartenenza scapigliata di Ghislanzoni, appare molto interessante il testo poetico che PA riporta dal <em>Libro proibito<\/em> (Milano 1878), una raccolta epigrammatica pubblicata quando ormai il fuoco della Scapigliatura stava estinguendosi. Motivo della citazione \u00e8 la polemica anti-wagneriana (il lettore \u00e8 ormai giunto al penultimo capitolo, <em>In difesa di Verdi (contro i \u201cwagneristi\u201d)<\/em>, pp. 148-154), con la gustosa strofetta: \u00abPagnottisti \/ Metodisti \/ Wagneristi \/ Preti tristi \/ Affaristi \/ Camorristi \/ Giornalisti \/ Son d\u2019Italia gli Antecristi\u00bb (p. 149). Autentico epigramma, spiritosamente polemico nei confronti della musica dell\u2019avvenire, il motteggio si conclude con un richiamo al <em>Preludio<\/em> di Emilio Praga (\u00abCasto poeta che l\u2019Italia adora, \/ vegliardo in sante visioni assorto, \/ tu puoi morir!&#8230; \/ Degli antecristi \u00e8 l\u2019ora!\u00bb). La satira \u00e8 sempre pi\u00f9 complessa di quel che sembri, perch\u00e9 il frasario sacrilego che Praga aveva rivolto nel novembre 1864 contro Manzoni (il \u00abcasto poeta\u00bb) adesso \u00e8 scagliato sia contro i fautori di Wagner sia contro i giornalisti (categoria a cui lo stesso Ghislanzoni appartiene, in qualche modo). Tra i libretti del nostro &#8211; non va dimenticato &#8211; figura anche un titolo ben lontano dalla sensibilit\u00e0 scapigliata di marca pi\u00f9 ribelle: <em>I Promessi Sposi<\/em>, melodramma in quattro atti per la musica di Errico Petrella, rappresentato per la prima volta a Lecco nel 1869; nell\u2019avvertenza <em>Due parole agli spettatori<\/em> Ghislanzoni riassume i criteri adottati al fine di ridurre il romanzo a libretto, confessando di essersi impegnato per conservare \u00abquella naturalezza e semplicit\u00e0 di linguaggio, di che il Manzoni \u00e8 maestro insuperabile\u00bb. Con una simile professione di fede \u00e8 lecito ipotizzare che nell\u2019epigramma anti-wagneriano anche lo stile della pi\u00f9 aggressiva poesia scapigliata costituisca oggetto di canzonatura (se si volesse reperire in Ghislanzoni qualcosa di demoniaco e anti-trinitario si dovrebbe cercare nella caratterizzazione dei suoi personaggi antagonisti, come il Ramfis dell\u2019<em>Aida<\/em> nella scena del giudizio di Radam\u00e8s: si veda in merito la recente osservazione di Antonio Rostagno,<em> Opera politica, opera da camera: due letture convergenti di<\/em> Aida, in Giuseppe Verdi, <em>Aida<\/em> [\u201cI Libretti\u201d 173], Teatro Regio Torino, Torino 2015, p. 24).<br \/>\nSe la seconda parte del libro di PA esplora la vita del Ghislanzoni letterato con il filtro del suo romanzo meglio riuscito, l\u2019ultima parte \u00e8 invece un ritratto di Verdi per come ricostruibile dalle numerose e stratificate testimonianze del librettista. In pratica, protagonista \u00e8 sempre Ghislanzoni, di cui l\u2019autrice decripta le allusioni e interpreta i giudizi propriamente musicali. Tra gli altri, un aspetto del sentire verdiano di Ghislanzoni \u00e8 profilato assai bene, ed \u00e8 il fastidio nei confronti di chi tentasse di imitarne le strutture musicali. Non si tratta della difesa di un idolo, quanto di una consapevolezza pi\u00f9 spiazzante: negli anni Settanta e Ottanta dell\u2019Ottocento, come moltissimi suoi contemporanei, Ghislanzoni non intravedeva plausibili alternative a Verdi per il futuro dell\u2019opera italiana, e ovviamente era prostrato dalla vuotezza e costretto a immaginare. Ma questo non significa che non intuisse come la particolarissima evoluzione verdiana potesse un domani concedere spazio a \u00abun genio progressista, che faccia da s\u00e9, che non sia n\u00e9 Rossini n\u00e9 Verdi, n\u00e9 Meyerbeer, n\u00e9 Gounod, ma che, al pari di tutti i grandi, dia alla sua musica una speciale intonazione rispondente allo spirito dell\u2019epoca\u00bb (p. 158). La fonte \u00e8 sempre <em>Gli artisti da teatro<\/em>; ma questa volta Ghislanzoni, anzich\u00e9 tornare agli amari ricordi del passato, consegna una profezia, forse dotata di una certa <em>chiaroveggenza<\/em>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Pacifica Artuso \u00a0EurArte Edizioni, Varenna (Lc) 2013, pp. 164, ISBN 978-88-95206-32-5. 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