{"id":84158,"date":"2016-02-21T21:19:25","date_gmt":"2016-02-21T20:19:25","guid":{"rendered":"http:\/\/www.gbopera.it\/?p=84158"},"modified":"2016-12-18T23:01:07","modified_gmt":"2016-12-18T22:01:07","slug":"attila-al-teatro-massimo-di-palermo-2","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.studioroldo.it\/gbopera\/attila-al-teatro-massimo-di-palermo-2\/","title":{"rendered":"&#8220;Attila&#8221; al Teatro Massimo di Palermo"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><em>Palermo, Teatro Massimo, Stagione Lirica 2016<\/em><em><br \/>\n<\/em><strong>\u201cATTILA\u201d<\/strong><br \/>\nDramma lirico in un prologo e tre atti. Libretto di Temistocle Solera.<br \/>\nMusica di\u00a0<strong>Giuseppe Verdi<\/strong><br \/>\n<em>Attila <\/em>ERWIN SCHROTT<em><br \/>\nEzio <\/em>SIMONE PIAZZOLA<br \/>\n<em>Odabella<\/em>\u00a0SVETLA VASSILEVA<br \/>\n<em>Foresto <\/em>FABIO SARTORI<em><br \/>\nUldino <\/em>ANTONELLO CERON<em><br \/>\nLeone <\/em>ANTONIO DI MATTEO<br \/>\nOrchestra e Coro del Teatro Massimo<br \/>\nDirettore\u00a0<strong>Daniel Oren<\/strong><br \/>\nMaestro del Coro\u00a0<strong>Piero Monti<\/strong><br \/>\nRegia\u00a0<strong>Daniele Abbado<\/strong><br \/>\nScene e luci\u00a0<strong>Gianni Carluccio<\/strong><br \/>\nCostumi\u00a0<strong>Gianni Carluccio, Daniela Cernigliaro <\/strong><br \/>\nMovimenti scenici<strong> Simona Bucci\u00a0\u00a0\u00a0 <\/strong><br \/>\nNuovo allestimento del Teatro Massimo di Palermo, in coproduzione con il Teatro Comunale di Bologna e il Teatro La Fenice di Venezia.<br \/>\n<em>Palermo, 19 febbraio 2016\u00a0\u00a0 <\/em><br \/>\nBen pi\u00f9 di un\u2019insidia offre <em>Attila<\/em> a chi oggi voglia metterla in scena. A fronte infatti di un ritmo narrativo serrato, omogeneo nell\u2019articolazione delle parti vocali, il livello drammaturgico presenta invece non poche ingenuit\u00e0 di concezione, soprattutto nel finale tanto esecrato da Temistocle Solera. Riserve condivisibili quelle del librettista ferrarese, sostituito da Piave per il trasferimento in Spagna e oppositore senza mezzi termini della caduta di effetto della \u201cchiusa\u201d, paragonata a una vera e propria \u201cparodia\u201d. Altrettanto problematici i ruoli vocali, non tanto per particolari complessit\u00e0 tecniche, ma per le sfaccettature che li contraddistinguono e che li portano a una sorta di sdoppiamento, sia nel carattere che nel tipo di vocalit\u00e0. Nell\u2019allestimento del Massimo di Palermo \u2013 una coproduzione con La Fenice di Venezia e con il Comunale di Bologna \u2013 il peso della realizzazione grava tutto sulle spalle del cast, e in particolare su quelle dei personaggi maschili. A partire da <strong>Erwin Schrott<\/strong>, protagonista osannato e interprete di gran pregio, che pure in questa occasione non delude le aspettative. Al suo debutto nel ruolo di Attila il basso uruguaiano affascina per le indiscusse qualit\u00e0 timbriche, forte di una statura incisiva, ma rivisitata in chiave personale. Attraverso la lettura di Schrott, <strong>il capo degli Unni perde infatti ogni accenno di presunta ferocia e ridimensiona il volto monolitico per mostrarsi sin dall\u2019inizio nella dimensione prettamente umana, evidentemente cara a Verdi<\/strong>. Di conseguenza i momenti pi\u00f9 coinvolgenti sono quelli che scavano nella psicologia del personaggio e ne sottolineano fragilit\u00e0, contraddizioni, esitazioni. Magistrale dunque la scena del sogno (\u201cUldino! Uldin!\u201d) sostenuta dagli affondi nel grave, ma per il resto sviluppata dando risalto alla zona centrale che attraverso la baldanzosa cabaletta (\u201cOltre quel limite\u201d) si mantiene vigorosa sino al finale del primo atto. Qui il gesto ricorrente coincide con l\u2019apertura delle braccia protese al cielo, alla ricerca di un intervento soprannaturale che non giunger\u00e0 mai. Altrettanto solide le spalle di <strong>Simone Piazzola<\/strong> nel ruolo di Ezio, come sempre impeccabile nel tratteggiare il profilo di un personaggio verdiano. Ascoltando il baritono veronese sembrerebbe che gi\u00e0 questo <em>Attila<\/em> sia costellato da non poche \u2018parole sceniche\u2019, se cos\u00ec potente \u00e8 l\u2019effetto di frasi quali \u201cl\u2019orbe intero Ezio in tua man vuol dar\u201d o degli accenti sprigionati nei passaggi del medesimo duetto, tanto intensi da scatenare la veemente reazione dell\u2019Unno. <strong>La nobilt\u00e0 dell\u2019eloquio di Piazzola trascolora attraverso un canto elegantissimo, con voce calda e ricca di gradazioni, costantemente attenta alle sfumature del testo, ma mai distante da un lirismo puro che il baritono sa sostenere con fermezza e rigore. <\/strong>Nell\u2019aria del secondo atto (\u201cDagl\u2019immortali vertici\u201d) emerge ulteriormente il raffinato gusto del cantante nel fraseggio e nella tenuta di fiato, accordando possanza vocale e fisica in quella che ancor prima di una semplice interpretazione pu\u00f2 considerarsi una vera e propria lezione di stile. Ma soprattutto nel duetto con Schrott si realizza una sovrapposizione di affascinante e brunita pasta sonora, rinforzata dalla conduzione ispirata di <strong>Daniel Oren<\/strong>, abilissimo nell\u2019offrire ai cantanti il sostegno ideale per mettere in mostra le rispettive qualit\u00e0. Seppur in sordina rispetto al fuoco indemoniato della <em>Tosca<\/em> del 2014, anche qui il direttore ha saputo staccare tempi perfetti, partendo dal preludio e infervorandosi nei passaggi pi\u00f9 incalzanti, cos\u00ec come nei non semplici concertati che pure hanno permesso agli interpreti di trovare perfetto accordo fra di loro. Alchimia che non riguardava soltanto i personaggi principali, ma che coinvolgeva le seconde parti \u2013 graditissime sorprese sia l\u2019Uldino di <strong>Antonello Ceron<\/strong> sia soprattutto il Leone di <strong>Antonio Di Matteo<\/strong>, di deciso spessore drammatico \u2013 e la compagine corale, diligente nel seguire le indicazioni di Oren e uniforme nel sostenere i numerosi interventi che costellano l\u2019opera. Aspetto intrigante della partitura \u00e8 poi il particolare rapporto che si intende instaurare fra personaggi e spettatori. Nelle entrate che si susseguono (Attila, Ezio, Foresto, lo stesso Leone) <strong>sembrerebbe infatti che Verdi richieda un moto di genuina simpatia nei confronti dei protagonisti maschili, attirando l\u2019ascoltatore con arcate ampie, sonore, intensamente nobili<\/strong>. Paradossalmente l\u2019unico personaggio che al suo apparire colpisce con taglio netto, esibendosi in salti impervi e impaurendo ben pi\u00f9 del \u2018tenero\u2019 Attila, \u00e8 l\u2019indomita Odabella. <strong>Svetla Vassileva<\/strong> ha le carte in regola per esprimere il lato travolgente della guerriera, ma si lascia andare a pi\u00f9 di un vezzo di stampo verista, tendente a sforzare la voce e a sfociare nel grido. E se nell\u2019attacco del prologo le intemperanze ci stanno, cos\u00ec come nella cavatina e cabaletta (\u201cAllor che i forti corrono\u201d e \u201cDa te questo or m\u2019\u00e8 concesso\u201d), al contrario nella romanza del primo atto (\u201cOh! Nel fuggente nuvolo\u201d) l\u2019affettuosa vena lirica dovrebbe espandersi con agio ed eleganza, lasciando il posto a una donna fragile e innamorata. Ci\u00f2 non accade, e proprio nell\u2019arabesco melodico sul nome dell\u2019amato il soprano inciampa e oscilla nell\u2019intonazione, disperdendo il carattere timbricamente estatico del brano. Speculare alla Vassileva \u00e8 invece il Foresto di <strong>Fabio Sartori<\/strong>. Il tenore ha infatti uno strumento potente e squillante, caratterizzato da volume energico e acuti fermi, raramente gridati o sforzati. Tutto questo si evidenzia nei momenti di maggiore cantabilit\u00e0, ma non altrettanto nei passaggi di spinta eroica, penalizzati da una certa staticit\u00e0 di movimento. Nel complesso per\u00f2 la prova dell\u2019interprete convince e l\u2019escursione di temperamento \u00e8 irrisoria rispetto alla discontinuit\u00e0 degli esiti del soprano.<br \/>\nFin troppo monocroma \u00e8 invece la regia di <strong>Daniele Abbado<\/strong> che ha il merito di non togliere nulla alla valenza musicale dello spettacolo, ma anche il torto di non aggiungervi particolari intuizioni. In una cornice oscura e caliginosa sono proprio gli spostamenti degli elementi scenici a creare una narrazione di impianto registico, particolarmente apprezzabile nella scena dell\u2019alba alla fine del prologo. In questo caso l\u2019effetto di progressiva apertura dell\u2019orizzonte \u00e8 infatti suggerito non soltanto dal gioco luminoso di una fonte proveniente dall\u2019esterno, ma soprattutto dalla verticalizzazione dei pali di legno e dei teloni a mo\u2019 di vele spiegate, usati per celare una parte del coro. Per il resto le scene di <strong>Gianni Carluccio<\/strong> ostentano un\u2019astrazione asettica, contraddetta da pochissimi oggetti (corde, busti umani, campane) e basata su materie primordiali: legno, pietra, ferro. Impronta barbarica che \u00e8 negata dalla generale compostezza dello spettacolo e che inevitabilmente va a scontrarsi con il famigerato finale. Qui infatti la soluzione riecheggia quanto scritto da Tommaso Locatelli in occasione della <em>premi\u00e8re<\/em> veneziana, con Attila che \u201cmuor com\u2019oca infilzato\u201d e per di pi\u00f9 appeso come pollo spennato. Ma se il \u201cflagello di Dio\u201d non dimostra la prontezza di spirito necessaria per difendersi e per scappare di fronte al pericolo, allora sembra giusto che si meriti una morte tanto ridicola.<br \/>\n<em>Foto Rosellina Garbo &amp; Franco Lannino<br \/>\n<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Palermo, Teatro Massimo, Stagione Lirica 2016 \u201cATTILA\u201d Dramma lirico in un prologo e tre atti. 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